Un Primo maggio come non si era mai visto. Graziano Pestoni: "Ora ripensiamo il nostro modo di produrre"

Un Primo maggio come non si era mai visto. Graziano Pestoni: "Ora ripensiamo il nostro modo di produrre"

Aprile 30, 2020 - 23:26
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Domani per la prima volta da oltre un secolo per la Festa dei lavoratori non ci saranno cortei e concerti. Il coronavirus ha fermato anche il primo maggio "fisico", che si sposterà sui canali digitali. Abbiamo intervistato il presidente dell'Unione sindacale svizzera - Ticino e Moesa Graziano Pestoni, sulla giornata di oggi, ma soprattutto sulle attuali sfide poste da questa crisi. 

Graziano Pestoni, per la prima volta da 130 anni non si potrà scendere in piazza per il Primo maggio, la Festa dei lavoratori. Come si vive dal punto di vista sindacale questo momento?

Ovviamente ci siamo adeguati alla situazione e abbiamo rinunciato a tenere degli incontri fisici. Abbiamo predisposto un sistema di informazione e comunicazione online e dalle dieci di domani sui nostri canali vi saranno molte interviste e contributi. 

Il Primo di maggio di quest'anno cade in una situazione assai drammatica. Oltre ai problemi che già c'erano nel mondo del lavoro, come i bassi salari, la disoccupazione e la precarietà, si aggiungono quelli del coronavirus.

Per quanto riguarda l'aspetto sanitario, nel quale sono coinvolti molti lavoratori, ci preoccupa la spinta dell'economia per voler riaprire, che è importante, ma non con tanta fretta e senza aspettare che sia possibile un vero controllo. Ciò è preoccupante per il sistema sanitario. Abbiamo "scampato" per poco una situazione con gli ospedali pieni. Se non c'è sufficiente attenzione gli ospedali rischiano di non essere pronti a un'altra emergenza. 

Un altro aspetto preoccupante sono le dichiarazioni di Economie Suisse, e dell'economia in generale, che iniziano a dire che bisogna chiedere nuovi sacrifici ai lavoratori. I lavoratori di sacrifici ne hanno già fatti tanti, mentre l'economia ha incassato molti utili. L’economia inoltre sta ricevendo da Confederazione e Cantone degli aiuti molto ingenti. Prima di chiedere sacrifici ai salariati, bisognerebbe pensare a come si lavora e come si produce oggi. Siamo certi che la nostra società è strutturata in modo adeguato per far fronte al futuro e alle nuove sfide?

 

Le misure predisposte dal Consiglio federale, vale a dire in sostanza l'accesso al credito garantito dalla Confederazione per le aziende, e le indennità per il lavoro ridotto per i lavoratori, a suo giudizio sono sufficienti o si doveva fare di più?

Si può sempre fare di più. Io credo però che sarà importante valutare gli specifici settori e non dare dei contributi "a pioggia" a tutti. Anzi, bisognerebbe cogliere l'occasione di questa situazione per individuare i settori virtuosi che meritano sostegno, e qui concedere di più, mentre che per altri di meno. 

Per quanto riguarda i lavoratori è chiaro che le misure sono insufficienti. Se una persona ha uno stipendio di 5'000 franchi e prende l'80%, con 4'000 franchi, non vive più. Si dovrebbe fare in modo che anche questo aspetto sia risolto. 

 

In merito alle misure economiche l'Unione sindacale svizzera, a livello nazionale, non è stata però un po' silente nell'esprimere il suo punto di vista?

Bisogna tenere conto che la Svizzera è formata per tre quarti dalla Svizzera tedesca, dove la situazione non è stata grave come in Svizzera romanda e soprattutto in Ticino. Probabilmente l'Uss nazionale non ha ancora valutato a fondo, anche se sono sicuro che lo farà, quali sono gli interventi necessari. Inoltre il tessuto produttivo in Svizzera tedesca è di una qualità ben diversa rispetto a quello che abbiamo in Ticino. A che serve avere aziende che versano stipendi da 2'500 franchi? A nulla, anzi portano traffico, inquinamento e distruggono il territorio. In Ticino ci vorrebbe un cambio totale di paradigma, cosa che invece non è necessaria, o perlomeno in misura minore, nella Svizzera tedesca e in Svizzera romanda. 

 

Il coronavirus pone anche delle importanti questioni dal punto di vista del modello di sviluppo seguito negli ultimi decenni. L'economista ed ex ministro italiano Giulio Tremonti sostiene addirittura che l'attuale crisi segnerà la fine della globalizzazione. Dobbiamo iniziare a pensare a un mondo meno globalizzato, con alcune produzioni che ritorneranno nei Paesi occidentali?

Mi chiedo che senso abbia produrre in Cina, offrendo tra l'atro dei salari da fame ai lavoratori, per poi acquistare i prodotti comunque con dei prezzi esorbitanti,. È ciò che sta accadendo oggi. Producendo altrove non aiutiamo i Paesi più poveri e noi non ne guadagnano. Sfruttiamo altra gente e vendiamo ai nostri cittadini i prodotti a prezzi comunque elevati. Un ripensamento del modo di produrre a livello globale è assolutamente necessario, anche pensando all'impatto ambientale di tutte le merci che girano per il pianeta. 

Il mio timore è però che non sarà fatto. Non sono sicuro che da questa crisi scaturirà una maggiore attenzione a possibili modelli alternativi. L'economia oggi è dominata dalla politica neo-liberale del profitto immediato, che non permette di lavorare sul medio-lungo termine. Una volta le imprese lavoravano sul medio lungo termine. Oggi guardano gli indici di borsa. Non è una premessa positiva per sviluppare un ripensamento. Se non c'è una scelta politica differente rischiamo di non avere grandi cambiamenti.

 

Sia a livello europeo, che in Svizzera, sorgono proposte per investire nella conversione ecologica del sistema produttivo, anche in una funzione di rilancio dell'economia a fronte della crisi. Sarebbe una scelta da operare?

Questa pandemia e l'inquinamento globale sono dei temi correlati che meriterebbero una risposta unica. È fondamentale fare in modo che ci sia una produzione di qualità e per quanto possibile locale. Il futuro deve essere questo, se non volgiamo andare verso scenari sempre peggiori. Non è mai successo che tutto il pianeta rimanesse fermo, con tutti chiusi in casa. Sei mesi or sono uno scenario simile era impensabile. Invece è successo e potrà ancora succedere. Prima che accada, si dovrà avere il coraggio di operare scelte politiche importanti. 

 

 

 

franniga