Stefano Modenini: "checché se ne dica, il Ticino ha un tessuto industriale sviluppato"

Stefano Modenini: "checché se ne dica, il Ticino ha un tessuto industriale sviluppato"

Novembre 08, 2016 - 14:27
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Lo scorso 25 ottobre Aiti (Associazione industrie ticinesi) e Ameti (Associazione industrie metalmeccaniche ticinesi) presentavano il loro nuovo progetto congiunto di formazione continua per il personale impiegato nel settore metalmeccanico. In quell'occasione abbiamo intervistato il direttore dell'Aiti Stefano Modenini, che ci ha parlato delle necessità delle azinede nel settore ddella formazione continua e delle attuali prospettive di questo settore economico. 

Stefano Modenini, avete presentato un nuovo progetto di collaborazione nell'ambito della formazione fra Aiti (Associazione industrie ticinesi) e Ameti (Associazione industrie metalmeccaniche ticinesi). Quali sono gli obiettivi di questo nuovo progetto?
L'obiettivo essenziale è quello di unire le forze per presentarci alle aziende con un'offerta di formazione continua adeguata alle esigenze delle imprese. Non abbiamo l'ambizione di poter offrire tutto, ma sicuramente saremo in grado di offrire delle formazioni continue nell'ambito delle nuove tecnologie che implementano in azienda dei nuovi modi di produrre.
 
 
 
Questa richiesta di formazione continua deriva delle carenze nella formazioni precedenti?
Le formazioni evolvono in continuazione perché le stesse aziende evolvono. I contenuti delle formazioni e anche le ordinanze nell'ambito della formazione hanno bisogno di tempo per adeguarsi alle nuove esigenze delle imprese. Sicuramente i contenuti della formazione tradizionale evolvono, ma c'è una rapidità di cambiamenti che impone alle aziende di adottare una formazione continua adeguata ai tempi, che impongono di operare anche su macchinari complessi.
 
 
 
Lei ha parlato di una realtà che sta diventando sempre più tecnologica. Il tessuto economico ticinese è al passo con i tempi in quest'ambito?
In Ticino le tecnologie moderne ci sono tutte, evidentemente su una scala ridotta rispetto alla Svizzera tedesca. Abbiamo, checché se ne dica, un tessuto industriale sviluppato. Si tratta di utilizzarle al meglio e creare delle attività in azienda che siano tali da sfruttare pienamente queste tecnologie.
 
 
 
In un recente convegno dedicato all'economia, il professor Siegfried Alberton spiegava che nella rivoluzione industriale 4.0, che è già in atto, ci sarà la necessità di una maggiore condivisione fra le aziende. Su questo fronte cosa sta facendo?
Le tecnologie dell'industria 4.0 sovente sono già presenti, ma forse tante aziende non sono ancora pienamente consapevoli dell'esistenza di queste tecnologie in casa propria. Tali tecnologie devono pertanto essere messe in connessione fra loro. La rivoluzione digitale è però già arrivata e si svilupperà. Da ciò nasceranno nuove esigenze formative. L'interrogativo che oggi hanno tutte le organizzazioni professionali è quello di capire quali profili professionali saranno necessari nelle aziende. Quindi come il personale esistente deve essere ri-formato e quali saranno le nuove professioni. Sicuramente ci sarà bisogno di persone che gestiscano i grandi volumi di dati e ci saranno delle necessità dal punto di vista della sicurezza informatica.
 
 
 
In passato la Svizzera come fattore competitivo aveva l'apprendistato. Questo è ancora uno dei pilastri su cui l'industria svizzera può contare nella competizione con il resto dei Paesi europei?
Io credo sì. Anche dal nostro osservatorio possiamo vedere come una buona formazione di base sia la premessa indispensabile per lavorare bene nella formazione continua. Noi spingiamo le aziende ad investire nella formazione di base degli apprendisti per avere in seguito il personale in grado di specializzarsi. Questo sistema di “milizia” dove le parti sociali collaborano per formare i giovani assieme allo Stato è assolutamente indispensabile. Questo sistema deve essere mantenuto e preservato da una certa burocrazia che sta imperando anche in Svizzera nel capo della formazione professionale.
 
 
 
Una domanda politica al direttore dell'Aiti, che ha un'osservatorio privilegiato su tutto il mondo industriale. Negli ultimi anni l'apprendistato si è evoluto e si è alzata l'asticella a livello formativo. In futuro il parlamento discuterà sulla riforma della scuola media. Oggi in che misura chi ha una formazione di corsi base alla scuole medie riesce a seguire alcuni apprendistati, dato che spesso, in base ai dati di cui disponiamo, è chi frequenta i corsi attitudinali ad avere un accesso privilegiato ad alcuni percossosi di formazione da apprendista? Hanno ancora senso i corsi base alle scuole medie? E che futuro si può dare ai giovani che frequentano questi corsi?
Da quanto posso osservare l'apprendistato classico ha ancora tutta la sua validità e la sua efficienza. È ancora un profilo sostenibile da un punto di vista qualitativo. In quest'ambito ad esempio noi partecipiamo al programma “Lift”, dove già in terza media vengono individuati i giovani che hanno delle difficoltà e viene fatto un contratto con un azienda e per alcuni mesi questi ragazzi vengono portati dopo l'orario scolastico a lavorare in azienda e seguire dei corsi. Lo scopo è quello di evitare che arrivino alla quarta media e poi si “perdano”, che non sappiano cosa fare oppure decidano di non proseguire con l'apprendistato. I risultati sono abbastanza interessanti: in pochi anni circa una settantina di giovani in Ticino ha abbandonato la scuola media ed è approdato all'apprendistato. La possibilità di non perdere questi giovani c'è, bisogna fare ogni sforzo per fare in modo che ciò non avvenga.
 
 
 
In generale lo stato di salute dell'industria meccanica qual è?
È sempre difficile parlare per tutti. Non possiamo dire che l'effetto del franco forte è stato assorbito, ma ci si convive. Finché gli ordinativi ci sono vuol dire che le aziende possono produrre e vendere. Quello che si guadagna dalla vendita non è più paragonabile a quanto si guadagnava una volta, ma le aziende possono perlomeno sopravvivere. Non è un orizzonte roseo, ma sicuramente meglio di quello che si poteva presagire nel 2015.
 
 
 
L'attuale clima politico non vi preoccupa?
Qui si potrebbe aprire un libro. Non bisogna drammatizzare, ma ci sembra che una parte della politica non stia facendo le scelte giuste. Alcune scelte poi le hanno fatte i cittadini e la volontà popolare va rispettata. Obiettivamente però penso che la politica stia lesinando molti sforzi per fare delle cose poco utili. Quando necessario ci faremo comunque sentire, come abbiamo fatto sulla tassa di collegamento.