Stampa libera o libera stampa (parte terza)

Stampa libera o libera stampa (parte terza)

Gennaio 06, 2019 - 13:03

Settimana scorsa, nella seconda parte di questo contributo, abbiamo visto le fake news, il ruolo del giornalista come collettore di fiducia e lo strumento del segreto redazionale. Oggi l’ultima parte, che discute il nuovo ruolo informatico che dovrebbe prendere il giornalista e il caos che invece stanno creando le aziende mediatiche.

I giornali e la creazione di un contesto informativo

Come già spiegato, è assurdo pensare che le fake news siano una novità legata a internet. Orson Welles con il suo “La guerra dei mondi” , ma anche il più recente “Sesso e Potere” di Levinson hanno mostrato molto bene quanto fosse facile con la tele e con la radio far credere balle colossali alla gente.  

Il primo modo per operare con la verità d’altronde i giornali lo conoscevano bene: selezionavano le notizie, non pubblicavano tutto. Soprattutto non davano la stessa importanza a tutto. C’era un’imposizione al lettore: le notizie scelte erano strutturate in un contesto (la Prima pagina, l’articolino in basso a destra, l’articolo con foto, ecc.). Ancora peggio la televisione, con la sua ridondanza, con il suo imporre sempre le stesse scene.

Per questo era importante avere pluralità giornalistica: non c’è nessuna neutralità della gestione di un giornale. Era quindi anche importante vedere cosa dicevano i giornali sugli altri giornali.

Oggi invece c’è un nuovo modo di confezionare le notizie e indirizzarle sui siti in base alle info che hanno su di te grazie ai big data. Si tratta di un cosiddetto framing. E così è diventato troppo difficile star dietro a tutte le bugie che vengono dette.

 

La fake news come messa in discussione degli equilibri sociali

Le fake news sono una cosa sana. Lasciam stare che chi le manda è la casalinga di Voghera o un emissario del KGB che spamma direttamente dal Montenegro. Le fake news sono sane, dicevo, perché ci permettono di ragionare sui rapporti di potere nella società. 

È invece sbagliato l’atteggiamento isterico dei giornalisti contro le fake news, che mostra in sostanza un certo smarrimento corporativo di fronte alle nuove sfide della società mediatica. Soprattutto è sbagliato che i giornalisti non mettano anzitutto in discussione le strategie editoriali delle proprie case mediatiche.

 

Arriva il fact-checking: è giornalismo?

I presidenti di una Nazione hanno sempre mentito. Anzi potremmo dire che il loro lavoro è mentire. E anche al bar si è sempre mentito. Ora sia i presidenti, sia i cittadini, mentono in diretta su twitter. E così i giornalisti si sono ritrovati a dover cambiare lavoro. Prima erano frenatori dei politici, decidevano cosa i politici potevano dire. Ora si ritrovano a fare i cosiddetti fact-checking, ovvero gli arbitri imparziali su chi mente di più fra i politici in una trasmissione. 

È un’evidente de-qualificazione che nulla ha a che fare con il giornalismo, che invece per definizione dovrebbe manipolare segreti, non controllare false verità nel momento in cui vengono dette, allineandosi a un lavoro da scienziati.

 

Il problema dell’autorevolezza e l’autodifesa dei giornalisti

Lamentarsi delle fake news come problema maggiore della nostra politica oggi è come aver male al dito, toccarsi in giro per il corpo e dire “ho male qua, ho male qua, ho male qua”. Il problema però rimane il dito. Il male al dito nel giornalismo è la perdita di autorità  (Deutungshoheit) dei giornalisti sulla comunicazione mediatica.

Prima, accedere al mondo informativo significava avere contatti giornalistici. Veniva usata la cosiddetta “autorevolezza degli esperti”. Che era basata sostanzialmente sulla messinscena del prestigio, ovvero dell’accesso a nuclei di potere (la redazione del giornale) e al segreto redazionale. 

Con i nuovi media virtuali è arrivata la società im-mediata, ovvero una società dove le persone (ad esempio: i politici, ma anche i normali cittadini) possono comunicare direttamente con la loro platea senza bisogno di un media classico che intervenga per fare da megafono (si pensi alle due russe che su facebook hanno sputtanato il loro comune che dipinge la neve di bianco).

I nuclei mediatici lo hanno capito e come reazione ci hanno inondato di news. Vi ricordate quando Tio.ch addirittura le contava? “oggi 120 notizie!”. Grazie, ma ci servono? A loro di sicuro sì, fanno i clic.

Nel frattempo però internet ha cambiato la dimensione del segreto: ormai tutti i nostri scambi comunicativi sono depositati sui server, sono i server che hanno segreti, non i giornalisti. Si pensi ai Panama papers: in sostanza i giornalisti hanno fatto lavoro d’archivio, cosa ben conosciuta dagli storici.

 

Le fake news vs. le real news?

Sull’internet tutti possono scrivere la stupidaggine che vogliono. Come se fossero un Pelli o una Canonica qualsiasi. Prima invece c’era un filtro e un volano: nel filtro il caporedattore del giornale alzava il telefono “Fulvio, hai detto una cazzata, che facciamo?”. Ma anche un volano: “l’autorevole Fulvio Pelli difende il segreto bancario”. 

La pubblicazione di una  “fake news” era insomma una scelta. Era il giornale a decidere quale fake far uscire. Non è certo un caso che nel Codice civile svizzero l’art. 28g preveda proprio il diritto di rettifica nel caso in cui un giornale spari cazzate.

Oggi i giornali hanno perso il controllo delle fake news. Prima le fake news popolari c’erano solo al bar, con il passaparola (i famosi rumors). Ora invece si possono spargere a macchia d’olio nel web, su whatsapp ecc, perché manipolano i “mezzi di prova” e le strutture dell’autorevolezza (prestigio) giornalistiche.

Noi, abituati ai vecchi modi, ci fidiamo. Ma tutto ciò pian piano cambierà, cambieranno i sistemi della fiducia. Si pensi ai deepfake, ovvero ai video dove è stato modificato il volto al protagonista facendolo sembrare un altro: se sai che tutti i video possono essere falsi, non ti fidi più dei video se non hai garanzia che siano veri.

La domanda è se la sfida del giornalismo stia ora nel ricontestualizzare e dare nuova autorevolezza alle infromazioni.

 

Le nuove aspettative informative nella società im-mediata

A causa del cambio tecnologico cambiano pure le aspettative sull’informazione. È una questione molto “processuale”: con i social media puoi commentare in diretta facendo appoggio alla condivisione di immagini e video. In sostanza fornisci delle prove ad un’affermazione. 

Ad esempio: Donald Trump ha sfanculato un giornalista, tu scrivi una citazione dalle sue parole e sotto – come prova – metti il video di lui che lo fa.

Sommata alla questione di gestione degli archivi informatici, si capisce che improvvisamente il giornalista deve approcciarsi all’informazione in modo diverso, deve vederla come oggetto informatico. E soprattutto: come possibile oggetto falsificato. 

Il suo ruolo quindi cambia, deve essere ora sempre di più anche un hacker. 

Lo “sputtanamento” di cui il giornalismo si cibava grazie all’aver segreti ora passa sui fili della manipolabilità dei sistemi probatori. Questa è la rivoluzione che dovrebbe vivere almeno una parte dei giornalisti. 

 

Ma le aziende mediatiche vogliono sul serio produrre real news?

Menzongne ce ne sono anche senza internet. Si pensi a quel simpaticone di un Maurer che ha pubblicato dati falsi per far perdere l’iniziativa del PPD sulla tassazione delle coppie sposate. Si era tipo sbagliato di qualche miliardo di franchi, ops.

Ma era sostenuto da dati scientifici. Che poi si sono rivelati sbagliati. La domanda è: è vero che non si sapeva prima? O i giornali avevano interesse a non far saltar fuori la notizia?

Le case mediatiche non sono players neutrali. Ma soprattutto, non è vero che sono meno potenti di internet. Hanno imparato a usarlo, sanno che il sapere si modula attraverso google, attraverso wiki. 

Oggi più che l’autorevolezza usano la ridondanza, ovvero continuare a sparare una notizia istillando i dubbi. Le case mediatiche così facendo reagiscono alla perdita di potere avvicinandosi sempre più a situazioni che ricordano l’estorsione politica.

Invece di puntare sulle competenze informatiche per fare il cane da guardia della democrazia, creano una guerra fra poteri. Sfruttano l’effetto-gogna.

Sono colossali produttori di caos, contribuiscono a svuotare di senso la comunicazione pubblica. E lo fanno facendo credere di essere dei santi: non a caso tutti i grossi giornali autorevoli hanno anche i boulevard che sparano cazzate a raffica.

 

Se il giornalismo abdica, non rimane che la piazza. Ma quale?

È male che il giornalismo abbia abdicato ad aggiornarsi? È bene? Io penso che sia male: facendo quest’opera di sostegno del caos le case mediatiche perdono la loro funzione di garanti dello Stato di diritto. 

L’unico luogo che rimane per lamentarsi è la strada. Ma lo Stato nel frattempo, come reazione alla sua perdita di potere politico di fronte all’avanzata mediatico-economica, si sta prendendo le piazze pubbliche. 

Lo Stato soffia sulla paura, facendo delle leggi di polizia sempre più dittatoriali. Ci imporranno di metterci dei chip sottopelle (che giustificherebbe un’opposizione popolare anche violenta, secondo me). 

Se il giornalismo non fa uno scatto a nostra tutela, se i giornalisti non colgono le novità strutturali attorno a noi, cosa ci rimane a garanzia della democrazia? Dobbiamo semplicemente rinunciarvi e andare ad allevare capre come novelli Candidi del XXI secolo?

 

 

Filippo Contarini, teorico del diritto, Lucerna