Genova 2001: sedici anni per un'autocritica...

Genova 2001: sedici anni per un'autocritica...

Luglio 20, 2021 - 22:10

20 anni fa a Genova la democrazia si oscurava e per alcuni giorni scomparve. Un "eclissi di democrazia", come dal titolo del libro pubblicato in occasione del decimo anniversario dei fatti del G8 dall'allora (nel 2001) portavoce del Genoa Social Forum, di cui oggi vi riproponiamo nella nostra rubrica "Boomerang" un'intervista del luglio del 2017, Vittorio Agnoletto. 

In quell'intervista avevamo chiesto ad Agnoletto il suo pensiero su un'opinione importante che era stata riportata in quei giorni da Repubblica: il neo capo della Polizia di Stato italiana, Franco Gabrielli, aveva, per la prima volta, espresso critiche sull'operato della polizia nel 2001 a Genova. "Gabrielli è arrivato alle nostre conclusioni, sedici anni dopo", ci aveva detto Agnoletto. Certo, sedici anni sono molti, ma a venti anni di distanza ancora oggi quella di Gabrielli, come abbiamo ricordato in Anteprima, rimane l'unica autocritica fatta da un'esponente delle varie istituzioni responsabili di quei fatti.

Ecco l'intervista da noi pubblicata il 26 luglio del 2017....

26 luglio 2017

 

Mercoledì scorso, 19 luglio, il quotidiano italiano la Repubblica, ha pubblicato una lunga intervista al capo della Polizia di Stato (PS) italiana, Franco Gabrielli, che ha colto l'occasione per fare autocritica sull'operato delle forze dell'ordine, alla vigilia del sedicesimo anniversario dell'importante mobilitazione da parte del movimento alterondialista, meglio conosciuto come No Global, contro il G8 di Genova, che si era tenuto fra il 19 e il 22 luglio 2001. 

Ricordiamo. Nel luglio 2001 a Genova durante le manifestazioni contro il G8 morì il giovane Carlo Giuliani, per mano di un carabiniere, e vi è stato lo sgombero da parte della polizia della scuola Diaz, dove alloggiavano alcuni manifestanti, che poi furono (de)portati alla caserma di Bolzaneto, dove subirono vere e proprie torture. 

L'autocritica di Franco Gabrielli ha suscitato sui media italiani diverse reazioni, fra le altre anche quella di quelle componenti sindacali di destra della polizia, che hanno criticato le dichiarazioni del loro capo.

Noi qualche giorno fa abbiamo raggiunto Vittorio Agnoletto, reduce dalla commemorazione dei tragici fatti di Genova e della morte di Carlo Giuliani, per chiedere a lui, che nel 2001 era portavoce del GSF (Genoa Social Forum, ossia l'organizzazione "mantello" a cui aderivano tutti i movimenti e le associazioni critiche nei confronti del G8), la sua reazione alle parole di Franco Gabrielli.

Non si può chiedere a colui che è stato il portavoce del GSF un commento sull'intervista di Gabrielli senza parlare anche dell'allora capo della Polizia di Stato, Gianni De Gennaro. Nonostante tutto quello che i tribunali prima e adesso il vertice della polizia italiana hanno "censurato" (e condannato) per il suo operato a Genova, in questi sedici anni lui ha fatto una brillante carriera.

 

Vittorio Agnoletto, mercoledì scorso in un'intervista a Repubblica il capo della Polizia di Stato italiana Franco Gabrielli ha dichiarato che alla caserma di Bolzaneto è stata "perpetrata la tortura" e che quello che è avvenuto al G8 di Genova nel 2001 "è stata una completa catastrofe". Lei che giudizio dà al fatto che il massimo esponente della polizia faccia un'autocritica pubblica?

Penso che vi siano due elementi fondamentali nell'intervista rilasciata dal capo della polizia. Il primo è che Gabrielli dopo 16 anni è arrivato alle stesse conclusioni nostre sui fatti di Genova, ovvero che c'è stata una gestione catastrofica dell'ordine pubblico, che le responsabilità erano dei vertici della polizia e che di conseguenza il capo della polizia (all'epoca Gianni De Gennaro, ndr) avrebbe dovuto dimettersi. Queste sono le stesse e identiche cose che abbiamo detto noi 16 anni fa. Il problema però è che Gabrielli ritiene che ci sia stata una semplice incapacità di gestione dell'ordine pubblico. Noi pensiamo invece che quella gestione dell'ordine pubblico si stata una scelta estremamente precisa e meditata da parte dei vertici della polizia e di chi allora era ai vertici delle istituzioni politiche, con l'intento di distruggere il movimento (altermondialista, meglio conosciuto come No Global, ndr). 

L'altra importante parte dell'intervista al capo della polizia è quando riconosce che i magistrati che hanno svolto le indagini su Bolzaneto e sulla Diaz hanno agito in modo corretto. 

Detto questo però vi sono altri punti dell'intervista al capo della polizia che sono critici. Lui parla di scuse, ma finora le scuse non ci sono state. C'è stata una frase molto generica quando a capo della Polizia c'era Antonio Manganelli (successore di Gianni De Gennaro, ndr), poi non ha fatto seguito nient'altro.

Seconda questione: non è condivisibile il passaggio in cui lui dice che la Polizia di Stato oggi è sana come lo era nel 2001. Di fatto nell'intervista a Repubblica lui ripropone la logica secondo cui nella polizia c'erano delle "mele marce". Invece non eravamo di fronte a delle "mele marce", eravamo di fronte a un corpo di polizia "marcio", e anzi,  ad essere messe nell'angolo erano quelle parti della polizia che cercavano di agire nel rispetto della legalità, come l'allora vicecapo della PS Ansoino Andreassi, che poi fu immediatamente prepensionato, perché non condivideva quella gestione. La teoria delle "mele marce" non è assolutamente accettabile.

 

 

 

Ora alcuni dei membri delle forze di polizia coinvolti in quegli eventi potranno ritornare in servizio. Lei ritiene opportuno che ciò avvenga?

Non ritengo che i valori della Costituzione possano essere tutelati da persone che sono state condannate in gran parte per il reato di falso: per aver firmato falsi verbali, per aver costruito prove false, ... . Non credo che un cittadino possa sentirsi sicuro se a garantire la Costituzione ci sono persone responsabili di questi reati e che non hanno mai chiesto scusa e ammesso le loro responsabilità. 

Io dico a Gabrielli che sarebbe ora di far seguire alle dichiarazioni anche degli atti concreti. È di sua potestà quella di non permettere il reintegro di questi poliziotti, di escluderli definitivamente dalla Polizia di Stato, in linea per altro con il dettato della Corte europea. È una scelta che lui ha la facoltà di operare.

 

 

Una parte della polizia, quella che si riconosce nel sindacato di destra delle forze dell'ordine, ritengono l'intervista a Repubblica di Franco Gabrielli una forma di resa quasi incondizionata ai manifestanti. Non crede che Gabrielli sia "fra due fuochi"?

Io credo semplicemente che se ci sono degli organismi di rappresentanza della polizia, dei poliziotti o peggio ancora dei dirigenti di polizia che non condividono quanto ha detto Gabrielli e che ancora oggi ritengono che a Genova sia stato legittimo agire in quel modo, queste persone non possano servire la Costituzione. Io penso che chi ha inneggiato al duce, chi ha cantato inni fascisti, chi ha obbligato delle persone a urlare "Viva Pinochet", dovrebbe essere escluso da una polizia che difende la Costituzione. 

Il problema è come mai sono state arruolate delle persone che hanno simili convinzioni e comportamenti. Qui emerge la questione di come avviene l'arruolamento nella Polizia di Stato. Come mai negli ultimi anni entrano in polizia solo persone che hanno svolto prima il servizio militare volontario in zone di guerra, e che quindi pensano di gestire l'ordine pubblico come se fossero al fronte? 

Se ci sono delle rappresentanze di polizia che credono sia stato corretto comportarsi in quel modo a Genova e se c'è gran parte della polizia e dei vertici di essa che la pensano così, viene inoltre esattamente confermato che non eravamo di fronte a delle singole "mele marce", ma che il "marcio" pervade tutto il corpo della polizia. Ciò conferma che siamo ben lontani dall'avere una Polizia di Stato che sia sana. Non lo era nel 2001 e non lo è oggi.

 

 

Lei ha detto che a Genova c'è stato un disegno da parte dei vertici della polizia, dunque da parte dell'allora comandante Gianni De Gennaro e dei suoi collaboratori, per distruggere il movimento. Dopo il 2001 Gianni De Gennaro ha avuto una carriera più che brillante, trasformandosi in manager di Finmeccanica (oggi Leonardo SpA). Ciò lo ha avuto sicuramente anche tramite degli appoggi politici, visto che ha lavorato anche in società a partecipazione pubblica. Come giudica il fatto che De Gennaro sia stato in un certo senso premiato dal potere politico italiano dopo quanto avvenuto a Genova?

Il potere politico ha sempre difeso De Gennaro, indipendentemente che fosse un potere politico di destra, di centro destra o di centro sinistra. De Gennaro è un caso unico nella storia dei Paesi occidentali. È ai vertici da oltre trent'anni: prima la direzione dell'anti-mafia, poi la direzione della polizia, poi nei vertici dei servizi segreti, poi sottosegretario del Governo ai servizi segreti, poi ai vertici di Finmeccanica. È evidente che mai in un Paese democratico così tanto potere può essere concentrato nelle mani di una persona sola, perché altrimenti finisce che è quella persona che dirige e condiziona le scelte della politica, dato che può avere accesso ad una grande quantità di informazioni, anche su chi occupa ruoli politici.

 

 

Dunque un De Gennaro più potente di chi lo nomina?

Non credo che ci siano mai stati dubbi. Probabilmente oggi De Gennaro è un po' meno potente, se il nuovo capo della PS critica il suo operato. Non dimentichiamoci però che il percorso di Gabrielli è un percorso che fa riferimento ad altri settori della polizia. È esterno al gruppo di riferimento di De Gennaro. Viene da altre esperienze. Ci sono però voluti sedici anni prima che un capo della polizia arrivasse a fare quanto fatto da Gabrielli. Chi è stato ai vertici della polizia finora ha sempre difeso l'operato di De Gennaro. 

Mi si permetta di dire che anche chi è stato ai vertici della politica e chi è tutt'ora ancora ai vertici della politica italiana, ha difeso l'operato di De Gennaro. 

Sui media italiani oggi viene dato grande risalto a quanto dichiarato dall'allora ministro Scaiola, ovvero che De Gennaro la mattina dopo presentò le sue dimissioni, e il ministro le rifiutò. Se non stessimo parlando di fatti tragici verrebbe semplicemente da sorridere a leggere queste cose. Cosa volete che faccia il ministro degli Interni? È evidente che se De Gennaro si dimetteva dopo avrebbe dovuto dimettersi anche il ministro. Non era pensabile che il ministro non sapesse come veniva gestito l'ordine pubblico. Era dunque evidente che il ministro per rimanere al suo posto aveva bisogno che il capo della polizia rimanesse al proprio posto. Il ministro Scaiola era l'ultimo a cui chiedere un parere sulle scelte di De Gennaro.