Sanità e collaborazione pubblico-privato: le carte son cambiate?

Sanità e collaborazione pubblico-privato: le carte son cambiate?

Aprile 15, 2020 - 17:57
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In Ticino in occasione della cirsi sanitaria del covid-19 si è evidenziata la riuscita collaborazione fra strutture pubbliche e private nel gestire la crisi. Questo cambierà i paradigmi finora seguiti? Abbiamo chiesto il parere di chi in passato non ha disdeganto critiche sul fronte dell'eccessivo ruolo dei privati. 

Collaborazione pubblico-privato nella sanità: in occasione della pandemia del coronavirus il sistema sanitario è stato sollecitato probabilmente come non mai prima d’ora.

Per quanto riguarda la collaborazione fra ente pubblico e cliniche private, un argomento di certo non nuovo in Ticino, i commenti giunti dalle autorità sanitarie cantonali sono stati improntati ad evidenziare come questa collaborazione sia stata importante e riuscita nell’affrontare la pandemia.

Come detto però non è certo la prima volta che in Ticino si discute del tema. Una delle ultime in ordine di tempo (escludendo la vicenda Cardiocentro) è avvenuta in occasione della votazione popolare sulla nuova Legge sull'Ente ospedaliero Cantonale (LEOC), poi bocciata in votazione popolare il 5 giugno 2016. Fra le critiche mosse allora dai contrari alla legge, che poi ebbero la meglio in votazione popolare, vi era anche l’aspetto di eccessive concessioni verso i privati. 

Da sinistra, dunque, dove spesso l’occhio è stato più critico rispetto alla sanità privata e a favore di quella pubblica, quale bilancio si può trarre dalla gestione della crisi sanitaria del Covid-19?

Per Giorgio Noseda, già primario di cardiologia, fondatore dell’IRB (Istituto di ricerca in biomedicina), da granconsigliere per il Ps negli anni 80’ relatore del Legge ospedaliera che ha segnato la nascita dell’attuale EOC (Ente ospedaliero cantonale) è stato critico su alcuni aspetti che concedevano troppo ai privati. In particolare, ci spiega, il trasferimento “del reparto di ginecologia-ostetricia dall’Ospedale Civico alla Clinica Sant’Anna dal mio punto di vista non era accettabile, poiché era un indebolimento dell'Ente pubblico. “Trovare forme di collaborazione fra pubblico e privato, in una sistema sanitario complesso come quello ticinese, non è sempre facile”.  “In questa situazione di pandemia però la collaborazione”, prosegue Noseda, “in particolare fra l'EOC e la clinica Moncucco ha funzionato, mentre per la clinica Santa Chiara, almeno stando alle dichiarazioni della direttrice Daniela Soldati, meno”. 

“Globalmente ho l'impressione che la collaborazione fra pubblico e privato, in questa occasione, in Ticino sia stata molto positiva, in particolare fra EOC e clinica Moncucco”, ci dice Franco Cavalli, oncologo, fondatore dello IOSI (Istituto Oncologico della Svizzera Italiana) e leader del Forum Alternativo. “Ciò secondo me dimostra che quando avevamo lanciato referendum contro la legge sull'ente ospedaliero cantonale, abbiamo visto lungo". La legge poi bocciata dal popolo, ci dice Cavalli, “avrebbe permesso di fare una serie di ‘inciuci’, tramite delle società miste fra EOC e cliniche private, giustificandoli con il fatto che in caso di necessità si doveva poter lavorare assieme”. Per Cavalli l’attuale situazione ha dimostrato che "la collaborazione può funzionare anche senza il cambiamento di legge proposto allora” e “non bisogna inoltre dimenticare che se si fosse cambiata la legge la vicenda del Cardiocentro sarebbe finita in un altro modo, con quest’ultimo che avrebbe vinto”. Inoltre, osserva Cavalli, “per fortuna non abbiamo avuto l'ospedale cantonale unico. Tre o quattro anni fa in Ticino c'erano molti politici in cerca di consenso facile, come pure dei medici, che chiedevano in continuazione un ospedale unico cantonale. Se guardiamo le grandi città come Parigi, Madrid, Barcellona, Londra, dove tutto è stato concentrato in pochi grandi ospedali, ci sono state situazioni terribili, perché tutto l’ospedale doveva essere destinato ai pazienti Covid e non si potevano più accettare pazienti con altre patologie per il rischio di contagio”.  Invece, conclude Cavalli, “in Ticino abbiamo una situazione migliore di quella ad esempio della Lombardia, anche perché siamo stati in grado, soprattutto grazie al grande lavoro svolto dall'ospedale di Locarno, di suddividere i pazienti”.