Remigio Ratti: "Ora bisogna ragionare sul lungo periodo"

Remigio Ratti: "Ora bisogna ragionare sul lungo periodo"

Maggio 06, 2020 - 06:20
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Proseguiamo il nostro "ciclo" di interviste sulla crisi economica scaturita dal coronavirus con questa intervista a Remigio Ratti, economista, professore all'Università di Friborgo, specializzato nel settore dei trasporti, nonché già direttore dell'IRE (Istituto di ricerche economiche) e già consigliere nazionale Ppd. Ratti si concentra in particolare su quelli che sono gli scenari che si apriranno una volta terminata la fase più immediata della crisi.

 

Remigio Ratti, come vede le prospettive dal punto di vista economico in relazione all’attuale crisi?

Guarderei al di là della fase di intervento immediata, a favore della liquidità delle aziende e dell’economia. Bisogna guardare al 2021 e oltre, agli scenari dei prossimi anni, visto che l’attuale situazione non credo rientrerà in pochi anni. Credo che gli scenari siano ancora da definire. Da un lato vi è chi ritiene che si potrà, come nel 2008, semplicemente ripartire, seppur da una base più bassa, e addirittura recuperare. C'è chi dice invece che il mondo non sarà più come prima. Io credo che l'importante sia evitare uno scenario in cui ognuno fa per sé. Lo scenario che mi disturba maggiormente è quello di vedere la Svizzera e il Ticino, a fine anno e a inizio dell'anno prossimo, in una fase di “stop and go”. Uno scenario in cui le posizioni sono diversificate, fra chi crede e deve operare nell’apertura, e chi si chiuderà in un regionalismo che definisco regressivo, di chiusura. Di fronte a uno shock strutturale ci saranno imprese che chiuderanno e ci sarà un impatto discriminante delle nuove tecnologie. Lo scenario che non mi piace è quello in cui gli operatori vanno ognuno per la propria strada, con, probabilmente, una divisione fra chi opera nel settore domestico-nazionale e chi opera invece in un settore internazionale e in concorrenza con il resto del mondo, con lavoratori e consumatori in situazioni molto diversificate e un aumento delle disparità di reddito. In questo scenario la politica non potrà più agire come nella prima fase. Le risorse saranno molto limitate e le idee politiche molto diverse fra loro. Ciò porterebbe a uno scenario che non è del tutto pessimista, ma uno scenario pragmatico, con poca governanza, ovvero un’azione congiunta fra il pubblico, i privati e i vari portatori di interessi.

Quale scenario sarebbe a suo avviso auspicabile?

Lo scenario che vedrei auspicabile, ma ci vuole coscienza politica, lo definirei, non di un mondo diverso, ma di un riassetto economico e sociale, che includa anche la componente ambientale. Questa pandemia non farà altro che accelerare una serie di fenomeni che già erano in atto. Con un certo ottimismo si potrebbe pensare, come ritengono alcuni filosofi politici, che è in occasione di situazioni drammatiche che la politica riesce fare dei salti che altrimenti non avrebbe fatto, o avrebbe altrimenti fatto in dieci o venti anni. 

Vede un pericolo che di fronte alle spese straordinarie a cui si è dovuto già fare fronte per questa crisi, da parte della politica si operi una politica di risparmi e poco orientata agli investimenti?

Per fortuna la ricca Svizzera ha speso decine di miliardi di franchi per affrontare una situazione in cui probabilmente era posizionata meglio di qualsiasi altra nazione. Però un secondo shock non lo potremo affrontare. Una volta rientrati in una certa normalità riprenderà la politica di sempre e in questo caso si dovrà rientrare con i conti e non potremo permetterci ulteriori politiche di sostegno. Il pericolo è di entrare in una situazione improntata al pragmatismo, dove ognuno cerca la propria strada.

Per arrivare a un riassetto economico e sociale ci vuole disponibilità al cambiamento. Questa disponibilità deve esserci a livello svizzero, ma anche a livello globale. In questo il Ticino ha pochi margini di azione. Quello che c'era da spendere credo che il Consiglio di Stato lo stia spendendo. Bisognerà evitare il riflesso di chi non ha visione e dice “si salvi chi può": dunque chiusura delle frontiere, salvare il salvabile. Si deve guardare in avanti di cinque, dieci o vent'anni. Il che vuol dire, piaccia o non piaccia, gestire bene l’apertura, perché senza aperture il Ticino non vive. Un esempio concreto è la sanità: vi sono 4'200 frontalieri che lavorano nel settore sanitario. Qualcuno li vorrebbe vedere come dei concorrenti. In questo caso non lo sono. Oltre a ciò nessuno calcola il capitale che infermieri e medici che vengono dall'estero ci apportano. Basti pensare alle centinaia di migliaia di franchi che costa la formazione di un singolo operatore sanitario.   

L'apporto che ci arriva dall'esterno va visto come un capitale e non solo come qualcuno che ci porta via il lavoro o ci fa concorrenza. È sicuramente un problema da gestire politicamente, ma con una governanza illuminata e non con un regionalismo regressivo. Il sistema era squilibrato prima del coronavirus e necessita di correzioni, però queste non possono essere quelle del breve termine o dell'illusione che basta un muro alle frontiere, o dire che l'Europa è il nostro male.

L'economista ed ex ministro italiano Giulio Tremonti, recentemente ha parlato addirittura di "fine della globalizzazione”. È uno scenario realistico?

Credo che la globalizzazione come processo andrà avanti. Le tecnologie di oggi, del digitale, dell'informatica, dei trasporti, a meno di censurarle, sono quelle di un mondo globale. Il problema è governare la globalizzazione. Con governanza, non intendo un semplice governo, ma la capacità di tutti gli attori, che siano pubblici o privati, di affrontare un determinato tema in termini strategici e trovare, se non un'unità di intenti, almeno una convergenza. Il pessimismo o l'ottimismo dipendono da questo: divergenza o convergenza. Se noi osserviamo che ognuno va per la propria strada il risultato finale sarà una divergenza. Le disparità si potevano osservare, nel mondo, in Svizzera e in Ticino, anche prima del coronavirus. Bisogna risolverle con una visione che porti a delle convergenze. Questo è il discorso di fondo. Sicuramente questa non è una ricetta, è solo l'indicazione di una strada. È un problema che devono affrontare politici, imprenditori e anche sindacati. A questo proposito dobbiamo dire chiaramente che c'è anche una discussione di fondo da fare a livello sindacale. Non si può, in questo scenario di medio lungo termine, semplicemente dire che i posti di lavoro sono “sacri” e che gli stipendi vanno aumentati. C'è chi questo discorso lo sta portando avanti, sia nel Canton Ticino, penso a un sindacalista oggi un po' più libero, come Meinrado Robbiani, come in Svizzera e nel resto del mondo. Il sindacato farà gli interessi dei lavoratori e dei consumatori, avendo una visione di lungo termine. Ciò vuol dire non solo salario, ma un investimento sul lavoratore, da considerarsi come un capitale. È un problema che concerne sia il datore di lavoro, sia le parti sociali e lo stesso individuo, che per affrontare il futuro dovrà aggiornarsi continuamente. La formazione deve essere permanente, e non è solo uno slogan, finanziata sia dal pubblico che dal privato. Chiaramente ci sarà anche chi rimarrà escluso e si dovrà affrontare la questione degli ammortizzatori sociali.

Ritiene la classe politica pronta per intraprendere il “salto di qualità” che lei auspica?

Non mi pare che attualmente sia il caso. Dopo una giornata di seduta speciale del Parlamento a Berna osservo come per il momento i presupposti di una convergenza non ci siano. Chiaramente è un momento particolarmente difficile, ma è in questo momento che i politici devono far vedere quanto valgono.

Quello che mi spaventa è il concetto che il politico per forza di cose deve pensare al breve termine.

Il politico che dovesse pensare così a mio avviso si sbaglierebbe. In fondo abbiamo passato due mesi senza sentire dibattiti politici. Ciò potrebbe rappresentare un aspetto critico, visto che si è visto solo il Governo e gli ordini  arrivavano dall’alto. D'altra parte i soliti dibattiti politici il pubblico e l'elettorato non li sopporta più, perché sono semplici slogan che ci si ripete continuamente. Tutti i partiti dovranno fare attenzione a non affrontare lo scenario futuro a suon di belle parole e di slogan. L'elettorato non ci crede più. 

Per quanto riguarda il settore dei trasporti, di cui lei si è occupato lungamente, quali sono le priorità che dovranno essere portate avanti?

La fase di test nella galleria di base del Ceneri va avanti.  Spero che non si perda il treno e che possa essere inaugurato in dicembre il collegamento della Città Ticino. È nel momento di questi cambiamenti che un'infrastruttura dall'impatto potenzialmente grande può esercitare il suo influsso. 

Un secondo punto, che mi sta a cuore ma su cui sono pessimista, è che l'aeroporto di Malpensa possa essere visto come l'aeroporto di Lugano. Non si tratta certo di andare contro all’aeroporto di Lugano-Agno, che ha un suo futuro, se ci sarà, di nicchia. I treni non possono metterci un'ora e quaranta da Lugano a Malpensa solo perché alle Ferrovie, alla Swiss o a Berna non piace. 

L'ultimo punto, di lungo termine, è che Alptransit va completato a nord e a sud, e a sud almeno fino Milano.