Quando l'uomo delle "lenzuola d'oro" e papà dell'alta velocità voleva trattare con le Brigate rosse

Quando l'uomo delle "lenzuola d'oro" e papà dell'alta velocità voleva trattare con le Brigate rosse

Giugno 21, 2020 - 15:49
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Walter Veltroni intervista sul Corriere della Sera Claudio Signorile, in cui si parla del rapimento e dell'uccisione del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro nel 1978. In quel tempo Signorile era vicesegretario del Partito socialista italiano e fu uno dei protagonisti delle trattative con le Brigate Rosse per salvare la vita di Moro, che falliranno. Signorile racconta diversi retroscena della vicenda e si dice convinto che delle forze (oltre alle BR) operarono attivamente per giungere all’epilogo più tragico. Aldo Moro era come noto fautore dell’integrazione del Partito comunista nel Governo italiano, uno scenario che poteva mettere in discussione gli equilibri geopolitici nel mondo diviso dalla cortina di ferro. La vicenda del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro, a oltre 40 anni di distanza, rimane ancora per molti versi “oscura”. Quella di Signorile è una testimonianza importante di chi ha vissuto in prima persona quei drammatici giorni, su cui permangono diversi dubbi sulle reali responsabilità dei principali esponenti della politica di allora.

L’ex direttore dell’Unità, nonché vicepremier di Prodi dal 1996 al 1998, e sindaco di Roma, che negli ultimi anni ha abbandonato la politica per occuparsi di cinema, libri e giornalismo, Walter Veltroni, ieri ha voluto dare alla testata di Via Solferino un’intervista a Claudio Signorile, allievo del leader della sinistra socialista Riccardo Lombardi (che ha avuto fra i suoi “pupilli” anche Gianni De Michelis, Renato Brunetta e Maurizio Sacconi, tutti poi approdati alla destra) e “antagonista” (insieme a Valdo Spini e Felice Borgoglio) di Bettino Craxi. Claudio Signorile è stato ministro del Mezzogiorno del Governo Fanfani, dal 1981 al 1983 (in questo ruolo fu un grande promotore dei “tecnopoli”, in primis il tecnopolo di Bari di Gianfranco Dioguardi), e dal 1983 al 1987 è stato ministro dei trasporti nel Governo Craxi. Proprio per quest’ultima funzione fu coinvolto nel 1988 nello scandalo “lenzuola d’oro”, per una tangente di 720 milioni di vecchie lire per la concessione di un appalto per la fornitura della biancheria destinata ai vagoni letto (rinviato a giudizio è stato assolto nel 1996).

Nell’intervista di Veltroni a Claudio Signorile si parla della vicenda e del rapimento avvenuto nel marzo del 1978 dell’allora presidente della Democrazia cristiana, nonché incaricato dal Quirinale a formare il nuovo Governo, Aldo Moro, che a maggio dello stesso anno sarà ammazzato dalle Brigate Rosse di Mario Moretti e Prospero Gallinari. Va ricordato che l’inquilino del Quirinale di allora era il democristiano Giovanni Leone (che pochissimo tempo dopo, la mattina del 15 giugno 1978, dovette dimettersi per presunte irregolarità commesse dal presidente e dai suoi famigliari. Il 9 luglio dello stesso anno al Quirinale arrivò il partigiano e socialista Sandro Pertini), mentre a capo della Democrazia cristiana c’era il romagnolo Benigno Zaccagnini (da cui deriverà il termine “area zac”, che rappresentava la corrente di sinistra della DC di quegli anni), al vertice del PCI c’era Enrico Berlinguer (e proprio in quegli anni il PCI ottenne la terza carica più importante dello Stato, la presidenza di Montecitorio, con Pietro Ingrao). Al PSI comandava Bettino Craxi (che aveva due anni prima ereditato un partito al 4% dei voti e lo porterà nel 1990 al 14% dei voti) e il Partito repubblicano italiano era gestito dall’ex direttore del Corriere della Sera Giovanni Spadolini. I due principali partiti italiani, ovvero la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano, erano totalmente contrari a qualsiasi trattativa con le Brigate Rosse, mentre il PSI di Bettino Craxi era possibilista nei confronti di questa opzione. Ricordiamo anche che l’intervistatore, Walter Veltroni, in quegli anni era un dirigente dell’allora FGIC, sezione giovanile del PCI, e da due anni già consigliere comunale a Roma per il PCI, militando nella corrente del “grande centro berlingueriano”, con “ammiccamenti” alla corrente migliorista di Napolitano e Maccaluso, ovvero la corrente del PCI più vicina al PSI di Craxi.

“Claudio Signorile era, nel tempo del rapimento Moro, vicesegretario del Psi”, ricorda Veltroni nell’introduzione all’intervista. “È stato tra i più impegnati nella ricerca di una soluzione politica che salvasse la vita del presidente della Dc. Per questo incontrò più volte esponenti dell’autonomia romana. Qui racconta la sua convinzione, maturata negli anni. Qualcuno ha accelerato la fine di Moro perché consapevole che la mattina del 9 maggio, alla direzione Dc, Amintore Fanfani avrebbe fatto quell’apertura che le Br, in una telefonata di Moretti alla famiglia Moro, avevano richiesto come condizione per non eseguire l’assassinio dello statista. Signorile aveva convinto nei giorni precedenti Fanfani ed altri esponenti Dc a fare un passo”.

“Quella che avevamo concordato non sarebbe stata una posizione isolata di Fanfani. Altri, come Donat Cattin, Bisaglia, Emo Danesi mi avevano garantito che avrebbero sostenuto quella linea”, spiega lo stesso Signorile. “L’impressione che tu avesti dai colloqui con Piperno e Pace (gli esponenti dell’autonomia romana, che dovevano facevano da contatto con i brigatisti, ndr)  fu che questa posizione di Fanfani sarebbe stata sufficiente (a garantire la liberazione di Moro, ndr)?”, chiede Veltroni. “In quel momento ero convinto di sì”, risponde Signorile. “Perché ti dico in quel momento? Perché in questi anni mi sono convinto che Piperno pensasse di sapere delle cose che probabilmente non sapeva. Cosa voglio dire? Che forse il tavolo sul quale si stavano giocando le carte era cambiato. Ecco perché io insisto molto sugli ultimi giorni del rapimento. Dopo il lago della Duchessa io comincio ad avere non dei dubbi sulla buona fede di Piperno che si comportò correttamente, ma sulla reale capacità di orientamento delle decisioni da parte del gruppo cosiddetto politico. Per questo è sbagliato, nel ricostruire le cose, affidare tutto al rapporto nostro con Piperno e Pace. Perché molto probabilmente già allora si era stabilito un intreccio fra il sistema dei Servizi (segreti, ndr) e la realtà del brigatismo”. Signorile parla ancora di servizi segreti in un altro passaggio. "L’Italia era nel cuore di un sistema di Servizi che l’un l’altro si controllavano, si intersecavano, si combattevano”, spiega. “Ma era un sistema. L’Italia è troppo importante strategicamente. Lo è per il suo essere un Paese Nato, per la sua collocazione nel Mediterraneo, per la presenza di un partito comunista al trenta per cento. Io credo che già nel momento dell’organizzazione del rapimento ci sia stata una forma di sostegno, o di aiuto. Tutta la vicenda dei cinquantacinque giorni va letta con un doppio riferimento: i brigatisti che direttamente, fisicamente, compiono l’operazione — anche con una dialettica interna tra la componente più politica e quella militare — e le forze internazionali intenzionate ad assicurare una determinata evoluzione di quel passaggio storico. Quando avviene il depistaggio della Duchessa è chiaro che quel Sistema sta dando un segnale. È il segnale che è cambiata la gestione”.

Ritornando all’opera di convincimento della Democrazia cristiana verso la trattativa, racconta Signorile,  “ho convinto Fanfani a fare il passo. Pensavo, forse ingenuamente, che avessimo, comunque, a che fare con un soggetto politico. Le Br avevano chiesto esplicitamente un gesto chiarificatore della Dc e quello si stava per determinare. Loro potevano anche pensare che comunque l’obiettivo fosse stato raggiunto. Dare un colpo alla solidarietà nazionale, ricevere una legittimazione e delegittimare Moro che, anche libero, sarebbe stato politicamente finito. Ma questo era un atteggiamento politico, invece scattarono altre logiche e altri interessi”.

Le cose poi andarono diversamente. “Io continuo a ritenere di essere stato intercettato, quando chiamai Craxi dal telefonino della macchina per raccontargli dell’incontro con Fanfani”, racconta Signorile. “Tutti noi eravamo seguiti e ascoltati. Forse, sapere che la Dc si stava muovendo, ha spinto chi lo voleva morto (Moro, ndr) a stringere i tempi. È il grande quesito che mi porto dentro. Dopodiché qualcuno ha sparato”.

Qui il link alla lunga intervista a Claudio Signorile: https://www.corriere.it/cronache/20_giugno_19/claudio-signorile-convinsi-fanfani-ad-aprire-br-salvare-moro-poi-accadde-qualcosa-052abcb6-b25f-11ea-b99d-35d9ea91923c.shtml?refresh_ce-cp