Nel calcio c'è odor di crisi. La via d'uscita è l'NBA?

Nel calcio c'è odor di crisi. La via d'uscita è l'NBA?

Novembre 16, 2019 - 07:45
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Recentemente, all'università di Oxford, si è tenuto un incontro, nel quale è intervenuto Andrea Agnelli, per parlare del futuro del calcio, inteso come business. 

 

Su queste tematiche, il punto di vista di Agnelli deve essere considerato con particolare interesse, perché esprime il pensiero di qualcosa in più di un semplice osservatore. Agnelli, infatti, è il presidente della Juventus Football Club, ma è anche - e soprattutto - alla testa dello European Club Association (ECA), l'organismo che rappresenta le società calcistiche a livello europeo.

 

In quel di Oxford, l'imprenditore di "casa FIAT" ha voluto sottolineare il rischio di recessione, in cui potrebbero incappare gli affari legati al mondo del pallone. 

 

Secondo Agnelli - stando a quanto riportato da Repubblica - "dopo che i cinque campionati principali (Inghilterra, Spagna, Italia, Francia e Germania) hanno recentemente cannibalizzato tutti gli altri, tra qualche anno il calcio potrebbe per la prima volta entrare in una sorta di recessione dopo vent’ anni. Questo anche perché molti adolescenti, soprattutto nelle zone meno coinvolte dal calcio che conta, si stanno disaffezionando a questo sport". Però, "il sistema così com’è, per chi si chiama Juve, Real o Bayern, funziona e potrebbe andare avanti all’infinito".

 

Le parole del presidente dell'ECA, non possono che rilanciare il dibattito sulla creazione di una superlega europea, nella quale raccogliere tutte le più importanti squadre del Vecchio Continente. Un campionato di soli top club, al quale si partecipa su invito, probabilmente per blasone e peso economico. 

 

Infatti, traducendo le parole di Agnelli in "rustica romana lingua", si potrebbe pensare che il senso delle sue affermazioni sia: "il business evolve; le federazioni nazionali di calcio sono un ostacolo allo sviluppo degli affari delle grandi squadre; alla Juventus si guadagna troppo poco, giocando contro Brescia e Lecce; dovremmo fare un campionato per i soli club più importanti, ispirandoci alla NBA".

 

La costituzione di una superlega europea, però, non è un tema nuovo. Non a caso, c'è già stato modo di vedere delle levate di scudi, sia da parte delle federazioni calcistiche e dei club minori, sia da parte di molti tifosi.

 

Per le federazioni nazionali e i club meno titolati, il timore è quello di essere tagliati fuori dai giri che contano, soprattutto per quel che riguarda la spartizione degli introiti generati dai diritti televisivi. Si pensi che, secondo recenti stime del quotidiano sportivo spagnolo As, una superlega europea potrebbe portare introiti annuali di 900 milioni di euro, per ogni club partecipante. Giusto per avere un termine di paragone, si consideri che il Real Madrid, nella stagione 2017/18, ha incassato circa 750 milioni di euro. Secondo i dati elaborati dalla società di revisione Deloitte, nessuno ha fatto meglio.

 

Per i tifosi, invece, la preoccupazione è quella di farsi portare via "il gioco più bello del mondo", almeno per come lo abbiamo conosciuto. Con una superlega, infatti, ci sarebbero poche possibilità di vedere grandi imprese sportive, da parte di piccole realtà. Il lato romantico del calcio e la sua storica impronta popolare, quindi, rischierebbero di farsi triturare dalle necessità del dio denaro. 

 

Ad Oxford, però, Agnelli ha cercato di essere rassicurante: "se ci deve essere un torneo a 19-20 squadre, ciò va costruito comunque all’interno del sistema delle federazioni, non deve essere un’élite". Parole che suonano un po' di circostanza. Caro vecchio calcio "stai sereno", renzianamente. 

 

Il calcio, infatti, ha cominciato a cambiare già da tempo. Di club gestiti da mecenati se ne vedono sempre meno, a vantaggio di società in mano a grandi gruppi multinazionali, orientati a espandere i propri brand in tutto il mondo. Le imprese sportive di piccole società le contiamo sulle dita delle mani, pure nei campionati nazionali odierni. In fin dei conti, anche il cuore surclassato dal portafoglio, non è che sia una grande novità.

 

Il mondo del pallone, quindi, cambierà sicuramente. Lo farà molto probabilmente creando un campionato europeo simile all'NBA, e certamente questo momento - se effettivamente si concretizzerà - sarà uno spartiacque per il calcio. Lo sarà soprattutto per il business dell'entertainment che lo governa.

 

Non dimentichiamo però che non si tratterà di una vera e propria rivoluzione. Infatti, il seme della superlega è già nella pancia del sistema calcio, da almeno 30 anni. Oggi possiamo storcere il naso, ma ieri siamo stati i primi a foraggiare questo percorso di mutamento, contribuendo gioiosamente al lato consumistico dello sport.

 

Il calcio, infatti, non è più quello degli eroi, acclamati per le proprie gesta; ma è ormai  quello delle celebrità, note più che altro per la loro notorietà. Già oggi, anche senza superlega, pesano di più le magliette vendute grazie a Cristiano Ronaldo e Neymar, piuttosto che le loro prestazioni in campo. Non era certo così, ai tempi di Pelè, ma forse nemmeno a quelli di Maradona.

 

Può non piacerci, ma non per questo possiamo far finta che non sia così.