Ma che ne sappiamo noi "bianchi" del razzismo?

Ma che ne sappiamo noi "bianchi" del razzismo?

Luglio 20, 2020 - 08:02

Sul razzismo abbiamo un problema di autocritica. È tempo che sia chi è discriminato a decidere in che modo si debba parlare del tema? L'argomento ha già fatto molto discutere Oltralpe e questa sera se ne parlerà a 60 Minuti della RSI. 

Due giorni fa ho ricevuto una mailinglist dalla Germania. Inaspettatamente erano riportate delle esperienze di razzismo vissute nel quotidiano da cittadini tedeschi. Ve ne riporto una. “Sono nera e sono tedesca. Il razzismo è stato presente in tutta la mia vita. Alla stazione ferroviaria vengo controllata dalla polizia senza motivo, per strada vengo insultata con la parola con la N…, alle elementari è chiaro a tutti chi ha quale ruolo quando si gioca a "Chi ha paura dell’uomo nero", nel treno regionale sono minacciata da uomini tatuati con alti stivali neri, non mi addormento mai nella metropolitana mentre torno a casa la sera. Troppo pericoloso. Come molte altre donne di colore mi liscio i capelli prima dei colloqui di lavoro. All’università io sono "l'esotica". Ai party la gente mi chiede più e più volte da dove vengo. Seguito da: "Da dove vieni veramente? In origine dico". All’indizio che non mi piace la domanda, perché suona escludente, devo poi motivare del perché non si potrebbe essere “curiosi” e insomma come diamine si dovrebbe chiedere a qualcuno da dove viene. Potrei riferire molto di più, ma come molte persone di colore sono stanca dello striptease dell'anima.”

Questo breve testi viene dalla Germania. Dal Paese che funziona da locomotiva economica dell’Europa. Il Paese che ci tiene in piedi perché è lì che esportiamo la maggior parte delle nostre merci (48 mia. di CHF) e da cui più ne importiamo (57 mia.). Dove hanno le migliori università, le migliori mostre d’arte, le banche più importanti. Certo, potremmo pensare che in fondo i tedeschi sono razzisti dentro. E che il problema non ci riguarda.

Non è così. Lo scorso 23 giugno Morena Ferrari Gamba ha pubblicato sui media ticinesi il suo “striptease dell'anima” (come lo ha definito l’autrice qui sopra), raccontandoci cosa vive nella sua quotidianità di persona di colore in Ticino. Ci racconta le sue ferite. Semplicemente un festival dell’orrore. Sinceramente: è stato uno choc leggerlo.

Ferrari Gamba ci racconta da dentro che cos’è questa nostra cultura bianca. Tutto quello che scrive la prima autrice tedesca qua sopra, è vissuto anche in Ticino, uno a uno, pure peggio. Ogni sua esperienza suona come lacerante. L’unica cosa che sento è una forte pulsione a chiederle scusa. Eppure il cristiano risciacquo della coscienza non può essere un punto di arrivo, ma al minimo un punto di partenza. Nella consapevolezza che non ho nulla da insegnare, ma solo da imparare. Leggere le parole di Ferrari Gamba mi ha fatto piombare in uno stato di confusione. Ha ancora senso scrivere, mi sono chiesto? Nella mia comoda posizione di attivista di sinistra, di quello che critica i fascisti perché son razzisti, mi son chiesto: ma diamine, anche io faccio così, uso questi modelli? La risposta non può che essere sì. Quel retropensiero quando vedo una persona con la pelle scura e mi dico “ma da dove viene?”, come se rispondere a questa domanda mi riempisse di senso, sebbene non abbia nessun senso. Quella sensazione che ho quando vado a Neuchâtel, o a Ginevra, e noto immediatamente che i colori della pelle sono decisamente più misti che a Zurigo. Mi stupisco del fatto che la percezione della diversità ancora mi sorprenda.  Mi viene da chiedermi se quando parlo di razzismo magari uso espressioni, parole, ragionamenti che visti dalla parte del discriminato peggiorino la situazione – e io non so se lo sto facendo. La cosa peggiore che vivo è quando ne parlo con altre persone bianche, che mi dicono che insomma non bisogna vivere di sensi di colpa, che il vero razzismo è ben altra cosa, che insomma pensa alla situazione in America, qua stanno molto meglio. L’autocritica non è prevista!

Quel “loro” inquina il discorso e mi angoscia, perché è come se ogni volta che fra persone bianche si parla di questo tema, abbiamo degli occhiali che in automatico si appoggiano sui nostri occhi e improvvisamente “loro” diventano un gruppo compatto che non siamo “noi”. E noi diventiamo a) autorizzati a parlare al posto loro, presumendo di sapere di cosa si parla, e b) presumiamo che c’è sempre peggio che da noi. Non posso fare il conto del numero di volte che, cercando di fare un po’ di autoriflessione con altri privilegiati come me, mi son sentito dire “eh bom, ma anche loro sono razzisti verso di noi”.  Io ve lo dico con sincerità: non so come fare. Non so più che fare. Non riesco a capire se nella nostra cultura abbiamo gli strumenti per gestire questo problema e non so dove si potrebbero prendere strumenti che ci possano aiutare. Non penso che basti pensare, non penso che basti leggere. Non penso nemmeno che basti andare in piazza a scandire hashtags.

Sui media online dopo l’articolo di Ferrari Gamba è crollato il silenzio. Mi aspettavo, nella mia ingenuità, l’apertura di un dibattito pubblico. Di fronte al silenzio assordante interviene ora la televisione di Stato. So che domani (lunedì 20 luglio) verrà organizzata una puntata di dibattito a 60 Minuti a tema razzismo. Ospiti Morena Ferrari Gamba, Constant Aharh, Attilio Cometta, Piero Marchesi, Sandro Cattacin e Massimiliano Herber. Questo formato è già stato proposto da Arena sulla SRF qua in Svizzera tedesca un mese fa e ha scatenato un’ondata di critiche, di cui probabilmente in Ticino si sa poco. Il problema era di forma e di sostanza.

  • Di forma: riguardava la composizione dei partecipanti di colore in una trasmissione che questionava il problema di essere una minoranza oggetto di discriminazione. Erano infatti in minoranza anche nella trasmissione, veniva quindi riproposto il modello sociale che si voleva mettere in questione. Per questo molti hanno rinunciato a partecipare.
  • Di sostanza: c’erano membri dell’UDC alla trasmissione che durante la trasmissione si sono vittimizzati, dicendo che era inammissibile puntare sempre il dito contro di loro. La loro rappresentante ha affermato che lei “non conosce nemmeno un membro dell’UDC che sia razzista”. Tutti sapevano che sarebbe successo, e sapendo che è quasi impossibile mettere in discussione il senso comune razzista quando te lo si vomita addosso, molte persone di colore hanno rinunciato a partecipare, perché non volevano di nuovo esporsi allo “striptease dell’anima”. È lo stesso problema che espone la giornalista inglese Reni Eddo-Lodge nel suo libro “Why I'm No Longer Talking to White People About Race” (Perché non parlo più con i bianchi di razzismo).

Vi dirò una cosa scandalosa: io penso che stia ora a chi è discriminato decidere che tipo di trasmissione fare e che la RSI come televisione di Stato debba dire di sì a ciò che viene richiesto, senza condizioni. È il momento per noi di fare un passo indietro. Non so quale percorso sia stato intrapreso per creare la trasmissione 60 Minuti di stasera, né che cosa gli ospiti abbiano chiesto. Non so nemmeno se le persone invitate siano contente o meno del contesto in cui si svolgerà. So però che in Svizzera tedesca dopo essere stati letteralmente sommersi di critiche per questo format che verrà proposto a 60 Minuti, la SRF ha poi ripetuto la serata di Arena, ma stavolta invitando solo persone di colore.

Ripeto: io non so cosa bisogna fare, so che noi bianchi abbiamo un problema, serio, di incapacità di autocritica. Spero che a 60 Minuti questa cosa emerga.

 

Filippo Contarini