Gli over 65 di nuovo nei negozi. E ora possiamo riaprire tutto il resto?

Gli over 65 di nuovo nei negozi. E ora possiamo riaprire tutto il resto?

Aprile 12, 2020 - 21:58
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Da martedì gli anziani potranno ritornare a fare la spesa nei negozi (seppur vivamente sconsigliato). Vedremo in quanti affolleranno i supermercati settimana prossima. Intanto i dati ci dicono che in svizzera il 97% dei decessi è avvenuto sopra i 60 anni, mentre tutti dovranno rinunciare a causa della crisi a una parte del loro tenore di vita. La solidarietà intergenerazionale va solo a senso unico?

E alla fine gli anziani l’hanno avuta vinta. Come annunciato dal Consiglio di Stato/Stato Maggiore Cantonale di Condotta, a partire dal prossimo martedì nei negozi la fascia oraria dalle 8 alle 10 di mattina sarà riservata agli over 65, a cui non sarà più fatto esplicito divieto (anche se dal punto di vista giuridico sicuramente un po’ “traballante”) di fare la spesa. Nelle scorse settimane in parecchi hanno riportato delle lamentele degli anziani, a cui era stato vietato di fare la spesa, e che si sentivano per questo “discriminati”. Altri hanno fatto giustamente notare come la misura del divieto di fare la spesa non fosse motivata dalla volontà di discriminare chicchessia, ma anzi era una misura volta a tutelare in primis la loro salute, visto che proprio gli anziani sono la fascia più a rischio per il coronavirus.

I problemi dal punto di vista sanitario dell'attuale emergenza coronavirus ci paiono sostanzialmente due: il rischio di oberare il sistema sanitario a causa dell'eccessivo numero di persone che necessitano un ricovero (scenario che fino ad ora in Ticino e in Svizzera si è evitato) e appunto l'alta mortalità che si riscontra nelle fasce di popolazione fragili, in cui gli anziani sono la parte numericamente più cospicua.

Dati alla mano, quelli forniti dall'Ufficio federale di sanità pubblica (UFSP), aggiornati ad oggi, 12 aprile, dei 3’143 casi di ospedalizzati censiti dall’UFSP in Svizzera, gli over 70 sono 1’694, pari al 53,90%. Gli ospedalizzati over 60 erano 2'096, pari al 70,79%.

Per quanto riguarda i decessi, sui 857 che figurano nelle statistiche dell'UFSP (non sono tutti i decessi, ma quelli di cui l'ufficio dispone dei dati anagrafici), gli over 70 erano 768, che salgono a 833 se si considerano tutti coloro che avevano più di 60 anni. Dunque fra i decessi l’89,61% aveva più di 70 anni. Se si estende la fascia di età agli over 60 si ha un draconiano 97,2% dei decessi legati al coronavirus in Svizzera.

Certo, questo non vuol dire che chi non rientra in questa fascia di età sia immune dal coronavirus e non possa andare incontro a sintomi anche gravi. Vi sono innanzitutto coloro che soffrono di patologie pregresse e dunque sono a rischio, come vi sono anche casi di persone che non rientrano nelle categorie a rischio che possono essere colpiti pesantemente dalla malattia (anche se i casi si contano sulle dita di una mano). Detto ciò, il “mantra” che si ascolta nelle ultime due settimane da parte del capo dell’Ufficio malattie trasmissibili (in via di pensionamento, ma che rimarrà comunque “addetto federale al coronavirus”) Daniel Koch, che va costantemente spigando che “non c’è sicurezza nemmeno per i giovani”,  se nel contenuto può starci (ovviamente la sicurezza assoluta non c’è per nessuno, e dal punto di vista medico ne saprà sicuramente più di noi), più che altro ci sembra orientato a convincere anche i più giovani a starsene a casa, visto che nelle scorse settimane, come anche Ticinotoday ha documentato (vedi qui), in alcune città d’Oltralpe non tutti rispettano/rispettavano gli inviti a restarsene a casa.

Le cifre però parlano chiaro.  Ci dicono che la crisi sanitaria del coronavirus, escludendo la fascia over 60, sarebbe drasticamente meno drammatica, forse neanche un’emergenza.

Drammatiche saranno sicuramente le conseguenze economiche del coronavirus e delle misure volte a contenerlo (e magari si farà passare pure qualche altro necessario "riassestamento", che col coronavirus centra poco, ma quale occasione migliore di questa. Ma questo è ancora un altro capitolo). In diversi ritengono che quella che abbiamo di fronte sarà una delle peggiori crisi dell'ultimo secolo, forse addirittura peggiore di quella del 1929. Limitandoci a quanto possiamo dare già ora per certo, è già evidente che molte imprese rischiano il fallimento. Cultura, sport, bar, ristoranti, eventi: tutto fermo. Lavoratori e indipendenti (allo stato attuale non tutti, vedi qui), nella migliore delle ipotesi, riceveranno l'85% del loro reddito e per un periodo limitato. Certo, le misure messe in campo dall'ente pubblico non hanno precedenti nella storia, ma anche lo Stato da qualche parte i soldi dovrà trovarli. Sicuramente può indebitarsi più dei soggetti privati, e il costo di questa crisi potrà essere “spalmato” su un periodo di tempo molto lungo, magari addirittura decenni. Alla fine però saranno i contribuenti ad essere chiamati alla cassa: imprese e cittadini.

Tutti, in questa crisi, dovranno rinunciare a una parte del benessere fino ad ora conosciuto, chi più chi meno, ma la stragrande maggioranza comunque in maniera importante. Anche i giovani, seppur indirettamente, che, con le scuole chiuse, non ricevono, in questo anno scolastico, un'istruzione uguale a quella che hanno ricevuto altre generazioni di studenti in tempi privi di coronavirus (e che speriamo in un futuro breve possano tornare a ricevere).

Tutti a parte una categoria: i pensionati continuano e continueranno a ricevere le loro rendite (e per questioni anagrafiche non saranno loro a dover pagare il debito lasciatoci sul "groppone" da questa crisi). Vogliamo parlare di discriminazione?

Il mondo si è fermato, con conseguenze economiche pesantissime, in larga parte per tutelare una categoria di persone, gli anziani. Anziani che però, a quanto pare, non si vogliono fermare. È vero, nessuno gli ha chiesto se effettivamente volevano essere tutelati. Potrebbe sembrare una domanda dalla risposta scontata, ma visto che alcuni (basta guardarsi intorno in questi giorni di primo caldo primaverile) vogliono continuare a socializzare e a passeggiare (e a fare la spesa), nonostante il costante "martellamento" sul fatto che sono loro, gli over 65, la categoria più a rischio, qualche dubbio è legittimo porselo. Forse veramente il proseguo della vita come era prima, la socializzazione, il contatto umano, avere la propria indipendenza e la propria autonomia, sono ciò che per qualcuno rende la vita degna di essere vissuta e il contrario sarebbe poco più di una "morte anticipata”? Sarebbe il caso di chiederglielo. Se la risposta fosse affermativa, se quanto conta è la socializzazione (e fare la spesa), allora magari sarebbe il caso di "riaprire i battenti", su tutti i fronti . Che senso ha bloccare il mondo per tutelare (prevalentemente) una categoria (o meglio, parte di essa, visto che ci sono anche lodevoli eccezioni che hanno capito che i primi beneficiari del provvedimento erano loro) che di essere tutelata, con le proprie azioni, dimostra di non volerne sapere? Anche perché, per proseguire la vita come prima, con la spesa e tutto il resto, le pensioni di cui sopra qualcuno le dovrà pur pagare. C'è giusto un buco da mezzo miliardo, un altro, nella cassa pensioni dello Stato all'ordine del giorno (e se la matematica non è un'opinione, vuol dire che quanto versato dagli attuali pensionati quando erano attivi professionalmente non basta più a coprire le loro pensioni).

Ma soprattutto, restando alla stretta attualità, con quale “faccia” si può chiedere (poco importa, nella sostanza, se attraverso un divieto o un’energica raccomandazione) a un giovane sano di non andare a correre rispettando tutte le distanze sociali del caso, ai bambini di non giocare assieme ai propri amici, a un genitore non affidatario di non abbracciare il proprio figlio, a una mamma single che lavora di stare a casa e gestire contemporaneamente figli e telelavoro, ma soprattutto, a un parrucchiere o un ristoratore di non più lavorare e guadagnarsi da vivere, a un’azienda di rischiare il fallimento, a un indipendente di accumulare un debito che rischia di non poter mai più ripagare, quando, dopo qualche lamentela (o minaccia di ricorso?), si concede agli over 65 di ritornare a fare la spesa? Per il nostro sistema sanitario è un rischio maggiore un anziano che va a fare la spesa in un supermercato (e ricordiamoci qui i dati del 70% dei ricoverati over 60 e del 97% dei decessi nella stessa fascia di età!) o un bambino che gioca con gli amici o un 30enne che va a lavorare?

Signori (over 65), se voi volete tornare nei supermercati (lo vedremo martedì), noi vogliamo ripartire, con buona pace dei fautori dello “shutdown” (il cui riconoscimento evidentemente non è compromesso dalla misure di contenimento del coronavirus), che però nulla hanno da dire sulla “retromarcia” chiesta e ottenuta per tornare a fare la spesa.

 

 

 

franniga