Giovanni Barella. Culto, cultura, morte e democrazia ai tempi del covid

Giovanni Barella. Culto, cultura, morte e democrazia ai tempi del covid

Gennaio 22, 2021 - 20:15
Posted in:

I Liberi Pensatori recentemente (vedi qui), con delle lettere inviate al consigliere federale Alain Berset e al Consiglio di Stato ticinese, hanno preso posizione sulle diverse regole anti-covid vigenti fra culto e cultura. Partendo da questo tema abbiamo affrontato con Giovanni Barella, presidente della sezione ticinese dei Liberi Pensatori, la problematica del coronavirus in relazione al dibattito democratico…

Giovanni Barella, i Liberi Pensatori alcuni giorni fa hanno scritto, a livello nazionale, al consigliere federale Alain Berset, e voi Sezione Ticino, al Consiglio di Stato, per lamentare il diverso trattamento nell'ambito delle misure covid fra il settore della cultura e le funzioni religiose, per cui è ancora ammesso un pubblico di 30 persone (in Ticino, 50 invece secondo la normativa federale). Cosa chiedete alle autorità?

Noi pensiamo che non debbano esserci differenziazioni e discriminazioni fra la cultura e il culto. Noi chiediamo che possa rimanere aperto tutto quanto riguarda la cultura: librerie, musei, teatri, cinema, ma anche i centri utili al benessere psicofisico, dato che è importante per la salute, anche sulla base di quanto quanto spiegato da medici, che si faccia ad esempio dell’attività fisica.

 

Dunque non chiedete di chiudere le chiese e i luoghi di culto, ma semmai di aprire ciò che contribuisce al benessere generale dell'essere umano?

Esatto. Viviamo in una società democratica e ci deve essere una par-condicio. Noi non vogliamo eliminare la spiritualità o il culto, ma riteniamo anche però che la spiritualità possa avere una dimensione prettamente personale, che l'individuo può gestire da solo o con i propri affetti. Discorso diverso vale invece per la cultura: c'è bisogno di vedere, di sentire, di poter discutere con qualcuno, al fine di aumentare il proprio bagaglio cognitivo. Il culto non aumenta il bagaglio cognitivo: si ascolta il messaggio del parroco e se ne fa tesoro, per chi ha fede.

 

La norme che prevedono eccezioni alle aggregazioni per il culto risalgono però già alla scorsa estate. Come mai avete deciso di prendere posizione solo ora?

È vero, ci siamo forse “svegliati” noi un po' tardi. Io ho sollevato questa questione con il presidente nazionale un mese or sono, perché ritenevo che non dovesse essere solo una sezione cantonale a sollevare il tema, ma dovesse esserci una presa di posizione su scala nazionale. I Liberi Pensatori Svizzeri svizzeri hanno inviato a Berset il testo concordato e noi abbiamo inoltrato lo stesso testo, con l'aggiunta di qualche osservazione, al nostro Consiglio di Stato. Su questo tema, va detto, il Consiglio federale ha fatto un po' il “Ponzio Pilato", lavandosene le mani, facendosi forte dell'articolo 72 della Costituzione svizzera, che dice che il disciplinarmente dei rapporti fra Chiesa e Stato compete ai Cantoni. Ora aspettiamo una risposta dalle autorità.

 

Al di la del vostro caso, ritiene che, specialmente nella fase che è andata dalla scorsa primavera all’estate, la “società civile” sia stata un po’ assente nel dibattito democratico attorno al tema del covid e all'operato della autorità in relazione alla pandemia? Anche la stessa politica, se non gli esponenti presenti negli Esecutivi, è stata abbastanza silente, come pure le associazioni e in generale diversi dei soggetti che normalmente animano la vita democratica…

Come si suol dire, la paura fa novanta. Davanti a un evento come il Covid-19 probabilmente si è pensato prima a "salvarsi la pelle”, detto molto terre-à-terre. Negli ultimi tempi ho apprezzato il consigliere federale Alain Berset, quando ha fatto una certa autocritica, spiegando che negli ultimi mesi si sono date delle direttive sapendo che non potevano essere la panacea definitiva e che si è pronti ad ammettere gli errori e a porre dei correttivi.

Si è scoperto ad esempio che, anche se non quanto nella vicina Pensiola, negli ultimi anni si sono fatti dei tagli nella sanità. Questo è quello che oggi paghiamo a mio avviso. Se ci fossero posti letto e personale in più, in grado di fare dei turni normali, la problematica probabilmente sarebbe stata ridimensionata. 

 

Quali altri punti su cui fare un’autocritica?

Il problema è anche che si è fatto del salvare la vita a più persone possibili il tema centrale. Non voglio ovviamente offendere chi ha perso una persona cara o venir meno al rispetto di chi è scomparso, ma dobbiamo pur prendere atto che siamo passeggeri su questa Terra. Se penso alla situazione che abbiamo in Europa e quella che vige in molti altri Paesi, come in Africa, quest’ultimi in confronto a noi non percepiscono la situazione in modo così drammatico. Loro sanno già che nella loro vita potranno avere a che fare con molte altre malattie potenzialmente mortali: il morbillo, il vaiolo, la malaria. Quella attuale è una percezione allarmistica che si vive soprattutto nei Paesi dove si dice vi sia il benessere.

In Ticino poi, rispetto agli altri Cantoni, abbiamo anche una percentuale di anziani molto più alta e chiaramente sono loro sono primi che possono avere conseguenze mortali.

 

Secondo lei dunque c’è un problema nella nostra società ad accettare e affrontare il tema della morte? In questo quanto ha inciso il progressivo abbandono del sentimento religioso? In fondo la prospettiva di una vita dopo la morte può aiutare ad accettarla con più serenità…

La religione, per chi ha fede, dà la speranza che una volta terminata la vita sulla Terra inizia da un'altra parte. Come non credenti noi siamo del parere che la vita termini qui e basta, o non necessariamente ci si interroga sul dopo.

Sicuramente il tema della morte è stato in parte dimenticato e ora invece è riapparso improvvisamente con questo virus. Si è dunque ordinato che tutte le persone debbano allinearsi, per evitare di intasare gli ospedali da un lato e per cercare di rimanere ancora qualche anno sulla Madre Terra dall’altro. Detto ciò non credo neanche si debba “martellare” in continuazione e rendere attenti sul fatto che siamo passeggeri sulla Terra. Sarebbe tragico e triste. Bisogna vivere, in modo positivo, facendo e tentando di essere utili agli altri.

In merito al covid però dobbiamo anche pensare, sempre nel rispetto di chi è deceduto, che in Svizzera stando alle statistiche dello scorso anno per il tabagismo vengono a mancare circa 9'500 persone all'anno. Le persone decedute a causa di questo virus non hanno ancora raggiunto questo numero. Dunque, logica vorrebbe che sia più importante allarmare le persone sul fatto che legandosi al tabagismo si va incontro a dei rischi per la salute, più di quanto ne comporti andare in giro e incontrare altre persone. 

 

 

Un altro tema di attualità legato al dibattito democratico e alla libertà di espressione è quello della "censura" sui social media. Si è molto discusso del blocco degli account dell'ex presidente Usa Donald Trump. In Svizzera avevamo avuto il caso di un consigliere nazionale Udc il cui account Twitter era stato bloccato dopo che aveva pubblicato un video provocatorio su come aggirare le norme covid (ironizzando proprio sulla possibilità di fondare una comunità religiosa per aggregarsi oltre le 10 persone). Lei ritiene corretto che delle piattaforme private, su cui però passa una parte importante del dibattito pubblico, possano decidere cosa si può dire e cosa no?

Credo che in democrazia sia sbagliato e che non abbiano diritto di decidere chi può parlare e chi no. Negli ultimi decenni sono stati gli stessi social a dare inizio all'abitudine per cui per confutare una notizia non si utilizzano risposte obiettive, ma si mettono in rete notizie fasulle, per confondere le idee. A mio avviso i proprietari dei social giocano con il potere e sono un po' simili a delle chiese: hanno piacere che i loro utenti siano delle brave pecorelle e credano al messaggio che vogliono far passare. Specialmente nei paesi che si dicono democratici il dibattito dovrebbe essere più libero. Accanto a ciò deve però esserci anche un discorso educativo, che oggi va portato avanti partendo già dai bambini. Bisogna fornire i mezzi per essere in grado di scegliere quale notizia può essere utile e quale invece è un "depistaggio". 

 

Oggi si parla molto delle fake news. È un problema che riguarda l'istruzione dell'utente più che la struttura su cui si diffondono?

Io ricordo che quando studiavo, per scrivere una tesi di laurea o altro, non bastava consultare un libro. Si doveva consultarne tre o quattro per trovare la "verità" in quanto veniva detto. La stessa cosa andrebbe applicata alla tecnologia. Ovviamente non è facile, anche perché il social media risponde prima di tutto al piacere che ha l’utente di leggere una notizia, crederla vera o falsa, ma comunque diffonderla e discuterla, senza verificare se valga la pena farlo. È abbastanza umano.