Francesco Morace. Il futuro è più umano. Nell’era dell’intelligenza artificiale vincerà la conoscenza umanistica e interdisciplinare

Francesco Morace. Il futuro è più umano. Nell’era dell’intelligenza artificiale vincerà la conoscenza umanistica e interdisciplinare

Ottobre 30, 2019 - 12:31
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Francesco Morace, sociologo italiano, presidente del Future Concept Lab, è specializzato sugli scenari relativi all’introduzione delle nuove tecnologie nel mondo del lavoro. Autore di vari volumi, il suo ultimo lavoro è incentrato su un tema molto discusso negli ultimi tempi, ovvero quello dell’intelligenza artificiale. Il tema delle “macchine che pensano” viene affrontato sia in relazione alle enormi potenzialità di questa tecnologia, ma anche rispetto alle preoccupazioni che genera. In particolare in relazione alla sostituzione del lavoro umano con quello dei robot intelligenti. In “Futuro + Umano - Quello che l’intelligenza artificiale non potrà mai darci”, Morace evidenzia invece come certamente alcune funzioni saranno sostituite, ma quello che le macchine non potranno mai fare è ciò che più caratterizza l’essere umano. 
Lo scorso 9 ottobre Francesco Morace era ospite del convegno organizzato dalla Fondazione IBSA al LAC di Lugano (vedi qui), dove lo abbiamo intervistato.

Francesco Morace, innanzitutto, di cosa si occupa il Future Concept Lab?
Il Future Concept Lab, che festeggia i 30 anni di attività (è nato il 10 ottobre del 1989), è nato come realtà per osservare e intervenire sul cambiamento socio-culturale nelle nostre società. Il mondo aziendale fin da subito ci ha chiesto consulenza e attività di ricerca. Inizialmente per capire i consumatori, dunque le tendenze di consumo, le attività più vicine alla vendita e al commerciale. Poi ci siamo spostati sempre più verso i cambiamenti che fanno la differenza nella qualità di vita e su che tipo di esigenze potrebbero nascere, ad esempio nel settore della salute, rispetto a uno scenario che sta cambiando radicalmente. Ci occupiamo di interpretare il mondo e analizzare, con tecniche di ricerca, qualitative, quantitative, osservazione, anche antropologiche e etnografiche, quanto avviene nelle società, per poi lavorare con aziende o organizzazioni per tradurre questa conoscenza in progetti per il futuro. Elaboriamo nuovi prodotti, servizi, percorsi professionali, per essere più aderenti a questi cambiamenti. 
 
 
Sull'intelligenza artificiale oggi c'è una grande aspettativa e la sua applicazione si estende a molti campi. In uno scenario dove le macchine sembrano in grado di fare tutto, quale spazio rimane all'uomo?
Non saranno in grado di fare tutto. Saranno in grado di fare molto meglio di noi alcune cose molto precise. Ad esempio memorizzare, computare, seguire le logiche dell'intelligenza lineare, che ci permettono di raggiungere obiettivi prefissati e molto precisi. Su questo le macchine, che oramai apprendono da sole, grazie al machine learning, saranno sicuramente più veloci, più efficaci e più efficienti di noi. L'esempio che spesso si fa è il gioco degli scacchi: in un contesto in cui le regole sono fissate e l'obiettivo è preciso, le macchine vincono. 
Il vero tema è però che tutto questo rappresenta solo il 5% dell'intelligenza umana, che è fatta di aspetti che ancora oggi non sappiamo come funzionino, come ad esempio l'intuizione, o la sensibilità, la visione, la capacità di fare e di imparare dagli errori. Un'altra cosa che le macchine fanno fatica a fare è porsi delle domande. Le macchine daranno molto meglio di noi alcune risposte, ma non sanno porsi le domande. 
Siamo convinti che l'intelligenza artificiale ci aiuterà a capire molto meglio la potenza della nostra intelligenza ed ad utilizzarla in un modo nuovo e diverso, senza la paura che le macchine ci rubino il posto di lavoro. In realtà le macchine si occuperanno delle mansioni più noiose, in modo migliore di noi. Gli umani dovranno invece imparare ad utilizzare maggiormente la creatività, la cura e altre caratteristiche squisitamente umane, che le macchine non potranno imparare. 
 
 
Quali skill saranno dunque vincenti in futuro in relazione all’attività professionale?
Sicuramente tutte le skill che "prevedono l'imprevisto". Si deve sviluppare la plasticità del cervello e dell’intelligenza, in modo da saper affrontare situazioni impreviste. E poi tutte le skill legate alla creatività e all'ingegno. Seguendo Leonardo Da Vinci, imparare dal volo degli uccelli per inventare gli elicotteri, piuttosto che ascoltare, osservare e poi rielaborare. Queste sono cose che difficilmente le macchine riusciranno a fare. Soprattutto poi c'è il mondo delle relazioni interpersonali: pensiamo al mondo della cura, in un contesto  attuale dove c'è una popolazione sempre più anziana. Quella del robot che si prende cura dell'anziano è una favola. Avremo sempre più bisogno del calore della relazione umana per accompagnare gli ultimi anni della nostra vita. Ci sono molte aree su cui investire. Bisogna però accettare l'idea che non tutto sarà come prima e che dobbiamo affrontare questa frontiera dell'innovazione. 
 
 
Sarà una transizione indolore?
No. Non sarà una transizione indolore, anche perché sarà una transizione quantitativamente molto importante. Già oggi stiamo vivendo una fase di sconvolgimenti, che si riflettono anche nella politica e nei macro sistemi. È inevitabile che quando milioni di persone vedono minacciato il proprio posto di lavoro non lo accettino facilmente. 
Io penso però che la capacità umana, che abbiamo sempre dimostrato, di saper reagire abbastanza velocemente a questi grandi cambiamenti ci porterà ad accettare e rilanciare la sfida. Le giovani generazioni, i nativi digitali, che sono già più pronti degli altri, dovranno essere indirizzati verso settori in cui si potranno valorizzare queste skill.  
Il problema sta negli "immigrati digitali", che dovranno accettare, e in parte lo stanno già facendo, che la propria professionalità sarà messa in discussione. A chi dice che non siamo ancora pronti però, io rispondo che non si è mai pronti fino a che le cose non accadono. 
 
 
Il sistema scolastico di oggi prepara adeguatamente a questo scenario?
Parlo della scuola italiana, che è quella che conosco. Un aspetto positivo che spesso non è sottolineato è che essa è legata a una visione di base. È molto incentrata sulla cultura umanistica e rinascimentale. Studiare storia, geografia, con una visione completa, nel prossimo futuro sarà importante. Chi invece lavora più per progetti, come la scuola anglosassone, e che dunque sa molto bene qualcosa, per grandi specializzazioni, e nulla dello scenario, si troverà più in difficoltà. In questa nuova fase dovremo tracciare nuove mappe, come facevano i cartografi rinascimentali. Chi continua a studiare basandosi su una cultura di base, umanistica e interdisciplinare, avrà un grande vantaggio. Lo vediamo già nei ragazzi italiani che vanno a studiare all'estero, che in genere hanno risultati migliori dei loro colleghi di altri paesi. 
Ciò comunque non vuol dire che il modello attuale sia adeguato per i tempi. Si dovrà fare molto lavoro di innovazione, specialmente nei metodi di insegnamento. Però se c'è una cosa che spesso non viene considerata, ma che invece è molto importante, è che la modalità di avere una visione ampia e interdisciplinare deve rimanere centrale.
 
 
Dunque la specializzazione, fin dalle prime fasi dell'insegnamento, non sarà un vantaggio?
No. Per specializzarsi si ha sempre tempo. Il tema fondamentale è lasciare molto ampio il campo della conoscenza e avere dunque la possibilità di incrociare pensieri, nozioni e informazioni diverse, in modo non verticale. Sarà invece la visione orizzontale ad essere molto importante. È proprio questa che ci distingue dalle macchine. Nella visione verticale le macchine saranno sempre più brave di noi, in quella orizzontale no. 
 
 
 
Oggi è di grande attualità la questione climatica. L'intelligenza artificiale potrà fornire delle soluzioni anche su questo fronte?
L'intelligenza artificiale servirà a rispondere ad alcuni obiettivi molto precisi. Ad esempio, l'economia circolare, che è una delle risposte sostenibili per la nostra vita quotidiana, richiede un’assoluta ottimizzazione, sia delle materie che del tempo. Qui l'intelligenza artificiale è imbattibile: se inseriamo i dati corretti ci può dire fino a che punto dobbiamo raccogliere o meno i rifiuti, piuttosto che immaginare delle ridefinizioni delle nostre attività.
Credo che l'intelligenza artificiale potrà essere utile per raggiungere alcuni obiettivi, che però dobbiamo aver definito noi. Potrà amplificare il nostro potere di raggiungere questi obiettivi. L'algoritmo è imbattibile, però non è in grado di trovare il senso. Il senso lo diamo noi. Dovremo prendercene la responsabilità e dunque fare molte più scelte di quanto fatto in passato. 
Molti hanno immaginato un'intelligenza artificiale che ci solleva dalla responsabilità di decidere. In realtà non è così. Gli automatismi funzionano quando c'è un obiettivo deciso. La nostra presa di responsabilità dovrà essere ancora maggiore rispetto al passato.