E se il coronavirus fosse con noi già da anni?

E se il coronavirus fosse con noi già da anni?

Luglio 09, 2020 - 08:47

La teoria esposta da un medico britannico mette in dubbio che il coronavirus sia comparso per la prima volta a Wuhan. 

Il coronavirus potrebbe essere rimasto inattivo un po’ in tutto il mondo, per poi riattivarsi in seguito a nuove condizioni ambientali favorevoli. A mettere in discussione dunque la comparsa del virus a Wuhan, in Cina, fra la fine dello scorso anno e l’inizio del 2020, è Tom Jefferson, medico al Center for Evidence-Based Medicine (Cebm), con sede al Dipartimento di Scienze della salute delle cure primarie di Nuffield, presso l'Università di Oxford. Secondo quanto riportato dal quotidiano britannico The Telegraph lo scienziato sostiene che vi siano prove sempre più consistenti che il virus fosse presente altrove, prima che emergesse a Wuhan.

Uno degli elementi a sostegno della tesi di Jefferson è la scoperta fatta da alcuni virologi spagnoli, che la scorsa settimana hanno comunicato di aver trovato tracce del coronavirus in campioni di acque reflue raccolti nel “lontano” marzo 2019. Ovvero  dieci mesi prima che Wuhan diventasse il focolaio del nuovo coronavirus. In Italia sarebbero state trovate tracce del virus nei campioni di acque reflue di Milano e Torino, risalenti a metà dicembre 2019. In Brasile una analisi analoga ha trovato tracce che datano allo scorso novembre.

Secondo Jefferson  molti virus sono inattivi, in tutto il mondo, ed emergano quando le condizioni diventano favorevoli. E potrebbero scoprire con la stessa rapidità con cui compaiono. “Dov'è oggi il virus Sars 1? È appena scomparso” dichiara al Telegraph Jefferson. “Dobbiamo porci queste domande. Dobbiamo iniziare a ricercare l'ecologia del virus, capire come ha avuto origine, come è mutato. Penso che il virus fosse già qui, e “qui” significa ovunque. Potremmo essere davanti a un virus dormiente che è stato attivato dalle condizioni ambientali”.  Jefferson spiega pure che simili casi siano accaduti anche con l’influenza spagnola. Nel 1918 “circa il 30% della popolazione delle Samoa morì di influenza spagnola e non aveva avuto alcuna comunicazione con il mondo esterno”. Per Jefferson anche la teoria della propagazione per via aerea del virus presenterebbe dei limiti. “I focolai devono essere investigati correttamente”, dice il medico. “Bisogna fare ciò che John Snow (che nel 1854 dimostrò come il colera si stesse diffondendo a Londra a partire da un pozzo infetto, ndr) ha fatto con il colera. Mettere in discussione tutto, e iniziare a costruire ipotesi che si adattano ai fatti. Non viceversa”.