Dick Marty: "il pericolo per la democrazia viene dal suo interno"

Dick Marty: "il pericolo per la democrazia viene dal suo interno"

Novembre 22, 2018 - 23:18
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Dick Marty ha parlato questa sera "a ruota libera" alla conferenza organizzata dal Club Plinio Verda in occasione della pubblicazione del suo libro “Une certaine idée de la justice”. L'ex procuratore pubblico, consigliere agli Stati e relatore del Consiglio d'Europa sulle prigioni segrete della Cia ha parlato  anche di alcune vicende di attualità svizzere e ticinesi.

Era “trabordante” di pubblico questa sera la sala della Biblioteca cantonale di Locarno. "Trabordante" come lo stesso Dick Marty nel parlare, soprattutto, delle vicende che riguardano la geo-politica internazionale e il diritto, tema che l'ex procuratore pubblico, consigliere di Stato e consigliere agli Stati ticinese ha affrontato di prima persona, fra le altre cose quale relatore del Consiglio d'Europa per l'indagine sulle prigioni segrete della Cia e nella sua lunga attività presso il Consiglio d’Europa (che nulla ha a che fare con l’Ue). Una vita di esperienze raccolte in un libro, “Une certaine idée de la justice”  (che presto verrà pubblicato anche in italiano) e di cui Marty ha parlato ospite di una conferenza organizzata dal Club Plinio Verda e moderata dal giornalista Roberto Antonini.
Proprio da una convinta difesa dello Stato di Diritto, anche nell'affrontare il terrorismo, è partito l'ex senatore. "Se trasmettiamo il messaggio che la democrazia funziona solo con il ‘bel tempo’, abbiamo fallito", ha detto Marty. Una difesa dello Stato di Diritto che inevitabilmente si scontra con le pratiche adottate in particolare degli Usa, e taciute, se non appoggiate, dagli alleati europei, Svizzera compresa, nella lotta contro il terrorismo. Terrorismo di matrice islamica che Marty, pur riconoscendo la necessità di affrontarlo, ha voluto riportare alla sua giusta dimensione. Paragonandolo al terrorismo politico degli Anni di Piombo, Marty ha affermato come quest'ultimo sia stato un terrorismo molto più pericoloso. Negli Stati Uniti, il terrorismo islamico non ha mai messo in pericolo le istituzioni statunitensi, ha detto, il terrorismo in Europa negli anni '70 sì (come avvenuto con il rapimento e l’omicidio del presidente della democrazia cristiana Aldo Moro e l’uccisione di giudici e esponenti delle istituzioni). Proprio in quegli anni, ha ricordato Marty, il generale Dalla Chiesa (a capo della task force creata in Italia negli ’70 per combattere il terrorismo, poi assassinato nel ’82 da Cosa Nostra) sosteneva con fermezza che il terrorismo andava combattuto con gli strumenti dello Stato di Diritto.
Una lotta al terrorismo, quella degli Usa, che Marty ha criticato anche dal punto di vista delle alleanze geopolitiche, su tutte quella con l’Arabia Saudita, principale sostenitrice dell’estremismo islamico. I regimi del mondo arabo più ostili, come quello della Libia di Gheddafi e quello di Bashar al Assad in Siria, ha osservato Marty, senza per questo “assolverli” dalle loro responsabilità, sono stati abbattuti, mentre l’Arabia Saudita continua ad essere il principale alleato di Washington nella regione. Anche dopo il caso del giornalista Jamal Khashoggi. In merito ai rapporti della Svizzera con l’Arabia Saudita, ha osservato Marty, ci è voluto il massacro di Khashoggi per portare il Consiglio federale decidere per uno stop alla vendita di armi all’Arabia saudita, nonostante sia da anni coinvolta nella sanguinosa guerra civile in Yemen.
Riguardo alla guerra civile siriana Dick Marty ha espresso anche una critica nei confronti dell’ex procuratrice capo del Tribunale penale internazionale dell’Aja Carla Del Ponte, definendo “profondamente sbagliato” che dopo 24 ore da un attacco chimico avvenuto in Siria, abbia attribuito la responsabilità dell’attacco al governo siriano. Proprio sulla corte penale internazionale Marty, che è stato relatore al Consiglio dEuropa del trattato che la istituì, ha espresso una certa disillusione rispetto alle aspettative iniziali, evidenziando come essa sia fortemente condizionata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu e rischia pertanto risultare una sorta di giustizia del più forte.
Per quanto riguarda le tematiche di più stretta attualità Marty ha avuto modo di esprimersi anche sulla vicenda del consigliere di Stato Ginevrino Pierre Maudet, ribadendo che a suo avviso “se ne deve andare”. Non tanto per la vicenda del soggiorno pagato a Dubai, ma perché ha negato l’accaduto dinanzi all’opinione pubblica. Marty si detto convinto che Maudet sarebbe potuto essere perdonato, “se avesse ammesso subito l’errore e chiesto scusa”. Proprio questa, come altre vicende, ha detto Marty, sono il pericolo vero per il nostro Stato di Diritto. “Il pericolo per la democrazia viene dal suo interno”, ha detto, “i governanti devono essere ineccepibili”. Altrimenti il rischio è di spianare la strada a “l’uomo forte” di turno. E infine un accenno all’attualissima vicenda del non luogo a procedere per due funzionari del Dss in merito all’affaire Argo 1. Rispondendo a una domanda del pubblico inerente lo “scarno” comunicato del Ministero pubblico con cui è stato comunicato il decreto di abbandono, Marty si è limitato a ricordare l’episodio di quando da procuratore ha anch’egli firmato un decreto di abbandono in un’inchiesta per corruzione (in cui il reato non si riuscì a dimostrare e che vedeva sotto inchiesta tre consiglieri di Stato). Il decreto d’abbandono di Marty era corredato da  40 pagine sulla vicenda, ha detto. “Se per Argo 1 ci sono 8 righe, c’è qualcosa che non va”.