Bruno Storni: “Favorire l’occupazione e salvare l’ambiente: si può fare”

Bruno Storni: “Favorire l’occupazione e salvare l’ambiente: si può fare”

Maggio 08, 2020 - 06:35
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Mentre la crisi del coronavirus rischia di avere pesanti ripercussioni sull’occupazione e sul benessere, c’è anche chi vede un’opportunità per operare, tramite investimenti in questo senso, una svolta ecologica capace di affrontare anche l’altra crisi, quella climatica. Diversi economisti (un recente studio è stato pubblicato sul tema e vedeva fra le firme anche il premio Nobel Joseph Stiglitz) ritengono che sia questa una delle strade più promettenti rilanciare l’economia e affrontare i cambiamenti climatici.

Ne abbiamo parlato con il consigliere nazionale socialista Bruno Storni, con cui abbiamo anche affrontato il tema della tecnologia ai tempi del coronavirus.

Bruno Storni, diversi economisti suggeriscono che una risposta alla crisi economica scaturita dalla crisi del coronavirus possano essere gli investimenti a favore della conversione ecologica (vedi qui:). È fattibile?

Per quanto riguarda la Svizzera abbiamo un grosso potenziale di investimenti nel risanamento degli edifici e la tassa sul CO2 sussidia il programma edifici. Chiaramente va potenziato. Una parte dell'edilizia sarà in crisi, perché non si costruirà più a causa dello sfitto. Piuttosto che lasciare le persone attive in questo settore in disoccupazione si può spingere sui risanamenti. Una parte dell'edilizia potrebbe avere così lavoro, sia per l'impiantistica che per il risanamento esterno degli edifici. Oltre a ciò sarà necessaria meno nafta dell'estero e rimarrebbe quindi più denaro in Svizzera. Ciò favorirebbe l’occupazione, con un beneficio ambientale. 

 

Prima delle misure di emergenza per questa crisi la Berna federale ha però operato, negli ultimi decenni, una politica improntata al risparmio per quanto riguarda i conti federali. Dopo i costi delle misure straordinarie, crede che ci sia una maggioranza che permetta di evitare politiche di forte risparmio?

Per ora no. La maggioranza non è ancora dalla nostra parte, anche se in ottobre c'è stato un avanzamento della sinistra. Anche la parte borghese però sarà interessata a far funzionare l'economia e una parte dell'economia potrà svilupparsi grazie agli investimenti nell'ambiente. Sono investimenti che dobbiamo comunque fare. La svolta energetica e la riduzione del CO2 vanno portate avanti: quello che investiamo lo risparmieremo in danni all'ambiente, sia a livello globale che a livello svizzero. Se lasciamo crescere le emissioni di CO2 avremo situazioni molto pesanti sul fronte dei danni ambientali. 

 

Recentemente il Consiglio federale ha rivisto l'ordinanza relativa alla retribuzione della produzione di energia fotovoltaica (vedi qui). I fautori di questa energia pulita hanno spesso lamentato che a frenare la diffusione fossero anche le retribuzioni troppo basse. Quanto deciso recentemente dal Consiglio federale è una misura sufficiente?

Non penso sia così ingente, anche se ha reso il fotovoltaico un po' più attrattivo. Il fotovoltaico sarà comunque una delle chiavi della svolta energetica. C'è il modello sviluppato dal collega Roger Nordman, che mostra come possiamo decarbonizzare e denuclearizzare il settore energetico svizzero con 50 gigawat provenienti da pannelli solari, con un concetto che funziona ed è stato ritenuto valido anche da grandi aziende elettriche svizzere. Ovviamente ci vuole un maggiore sforzo di quanto fatto finora. La Svizzera non è mai stata molto generosa nello sviluppo del fotovoltaico. Infatti abbiamo una quota molto bassa rispetto ad altri Paesi europei: abbiamo il 2% di fotovoltaico mentre altri Paesi raggiungono già l'8-10%. C'è un potenziale da sviluppare, che darebbe lavoro ai nostri elettricisti ed impiantisti, anche se le celle fotovoltaiche vengono fatte in Cina. Oggi però le celle sono la parte minore del costo, la parte preponderante è l'installazione. 

 

In tutto il mondo si stanno sviluppando applicazioni per tracciare il contagio da coronavirus. In Svizzera vi è quella sviluppata dai Politecnici di Zurigo e Losanna. Come valuta l'impiego di queste applicazioni dal punto di vista della privacy? 

L'app sviluppata in Svizzera è un'app decentralizzzata e che non dà nessuna indicazione sul proprietario e il numero del telefono. È completamente anonima e non c'è nessun pericolo che questi dati possano essere usati per tracciare le persone, in una sorta di “Grande Fratello”. Questa era la conditio si ne qua non, altrimenti in Svizzera non si sarebbe potuto fare. Nella seduta straordinaria del Parlamento federale, quando si è parlato della base legale che ora il Consiglio federale deve approntare, c’è chi parlava di "app Gestapo”, ma non è cosi in questo caso. La Svizzera si è addirittura ritirata dal progetto europeo, che aveva una gestione più centralizzata dei dati. Nell’app svizzera i dati rimangono sul telefonino, fintanto che non ci si ammala. A quel punto possono essere trasmettessi dei messaggi al server, che li distribuisce q tutti gli altri, ma si tratta comunque di codici anonimi e non c'è nessuna possibilità di risalire al proprietario. Sui nostri telefonini abbiamo ben altre app, che ci rubano un sacco di informazioni e dati, e non ce ne si preoccupa particolarmente. 

 

Con il telelavoro obbligato per molte persone durante questa crisi ci si è accorti che alcune piattaforme di video conferenze, con server e sede all'estero,  non garantivano sufficienti tutele dal punto di vista della protezione dei dati. Si dovrebbe iniziare a ragionare di piattaforme di questo tipo autoctone? 

Già ci sono delle piattaforme svizzere che offrono servizi di video-conferenze

 

Dal punto di vista della sovranità tecnologica, più in generale, si è fatto abbastanza?

No assolutamente, ma qui conta il mercato. La Svizzera da sola non ha il potenziale. L'Unione europea ha adottato alcuni standard per la protezione dei dati come il Gdpr. In Svizzera possiamo fare dei controlli sul fronte della cyber-sicurezza, come vengono già fatti.

 

Il Consiglio nazionale si è espresso al favore del sostegno alla stampa, a differenza di quanto aveva indicato il Consiglio federale. Quanto conta che il Consiglio federale non è eletto dal popolo, mentre i consiglieri nazionali sì (e dunque hanno interesse a "tenersi buoni" i media)?

Chiaramente a livello federale c'è un lobbismo estremo. Nelle liste degli interessi che i parlamentari devono pubblicare, c’è poca gente con la propria pagina vuota. 

In questo caso però l'aiuto alla stampa scritta, come alle televisioni e alle radio, era necessario. Il settore era già in difficoltà ed è crollata la pubblicità. Ora la stampa viene sussidiata nella distribuzione. Era comunque già in programma la revisione della legge sui media per far fronte a una situazione che rischiava di vedere la scomparsa dei giornali. In questa fase di covid poi è necessario per le persone poter avere a disposizione più fonti di informazione. 

 

 

 

 

franniga