Aerei da combattimento, 1000 kg di tritolo e la paura di morire

Aerei da combattimento, 1000 kg di tritolo e la paura di morire

Maggio 23, 2020 - 06:02
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Una Fiat Croma, color bianco, targata OE 4837, alle 17.58 di ventotto anni fa esplose sull'autostrada siciliana A29. Ben 1000 kg di tritolo (tanto per far capire che era un atto di guerra) fecero un cratere su quel tratto di autostrada nei pressi di Capaci, vicino a Palermo e disintegrarono le auto della scorta e ovviamente la sua, l'auto in cui viaggiava Giovanni Falcone.

Era il 23 maggio 1992, in Italia, la "spensieratezza" degli anni '80, "yuppiani e craxiani" era finita e la "Milano da bere" si ritrovava, non proprio per un happy hour, fra San Vittore e il Palazzo di Giustizia.

Era un sabato il 23 maggio 1992, in Ticino, in Piazza Governo a Bellinzona si teneva un concerto/festa del GSsE, Gruppo per una Svizzera senza Esercito per la campagna "Stop F/A 18", sostenuto da quasi tutta la sinistra svizzera e in Ticino anche dalla Lega, con Flavio Maspoli e Giuliano Bignasca che sposavano la battaglia contro gli aerei militari da combattimento, promossa dal GSsE.

Mentre il militante di sinistra Bill Arigoni issava uno striscione contro l'acquisizione degli F/A 18 sui ponteggi di uno stabile allora in ristrutturazione in Piazza Governo a Bellinzona (ironia della sorte, oggi quell'edificio ospita gli uffici del Ps Ticino), a Capaci, nei pressi di Palermo, il mafioso Giovanni Brusca azionava il telecomando che condannò alla morte Falcone, sua moglie e la scorta.

Oggi in Italia non ci saranno molte cerimonie, visto il coronavirus. La mafia esiste ancora, anche se oggi sembra essere più potente la ‘ndrangheta calabrese. E in Svizzera, anche se il lockdown ha un po' rallentato la politica, si torna a parlare di acquisire nuovi aerei militari da combattimento.

Oggi, anche in Italia, come da noi e in tutto il resto del mondo a far paura non è tanto la criminalità organizzata (anche perché oggi al tritolo, essa preferisce muoversi in doppiopetto e acquisire aziende dell'economia reale, dove poter riciclare i suoi proventi dalle attività criminali), bensì il coronavirus.

E allora, in questo sabato del lungo week end dell'Ascensione (in cui non vi saranno molte notizie da dare), vogliamo concludere questo "Anteprima" con le parole del magistrato antimafia Giovanni Falcone sulla paura di morire, lasciando a voi lettori la rintepretazione legata a questa emergenza da coronavirus.

In una intervista celebre a Falcone, alla domanda della giornalista che gli ricordava una frase da lui pronunciata "...il vigliacco muore più volte al giorno, il coraggioso una volta sola...", chiedendogli se questo volesse dire che lui non aveva paura della morte, Falcone rispose: "L'importante non è stabilire se uno ha paura o meno". Continuando: "È saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare da stessa. Altrimenti non è più coraggio, è incoscienza".

Falcone sapeva di essere condannato a morte (un po' come tutti noi, che prima o poi smetteremo di respirare e il battito del cuore cesserà), ma questa coscienza e consapevolezza non lo arrestava e non lo imprigionava.

Invece, oggi, in epoca di coronavirus, se c'è chi è un po' incosciente e (troppo) baldanzoso, è anche vero che c'è chi si è fatto prendere un po' troppo dalla paura, che altro non è che la paura di morire.

Avere paura è naturale, farsi condizionare da essa, con un isterismo collettivo autoalimentato è "morire ogni giorno, più volte al giorno", perché non si sta realmente vivendo.