Una frammentazione del tempo che dissolve la vera storia del film.

Una frammentazione del tempo che dissolve la vera storia del film.

Agosto 10, 2016 - 13:44

Anocha Suwichakornpong nasce in Tailandia nel 1976, anno del brutale massacro degli studenti dell'Università di Thammasat di Bangkok da parte delle forze di polizia e paramilitari. Da questa tragedia, che ancora oggi passa sotto silenzio, prende le mosse il film in concorso, Dao Khanong (By the Time It Gets Dark).

 

Una regista e una scrittrice, ex studentessa militante degli anni Settanta; una cameriera che continua a cambiare lavoro; un attore e un'attrice: che cosa li unisce? A questo interrogativo la regista tailandese, già presente nel 2012 a Locarno nella sezione dei Pardi di domani, cerca di rispondere con un film che nelle intenzioni vuole essere un'ode al cinema, sospeso com'è tra memoria e storia, ma che in realtà disperde lo sguardo dello spettatore tra questi cinque personaggi, che si frammentano e si dissolvono nel fluire del tempo.

 

Sicuramente il trattamento cromatico della fotografia e la sua composizione estetizzante, attenta all'armonizzazione con i colori degli ambienti naturali circostanti fanno di questo film il suo punto di forza. Tuttavia l'estrema frammentazione del tempo, la continua e insistente emulazione del percorso mnemonico tolgono slancio al fulcro della storia, ovvero il racconto della scrittrice sopravvissuta alla repressione della polizia, durante la manifestazione studentesca del 6 ottobre 1976 contro il ritorno dell'ex dittatore Thanom Kittikachorn.