La Spagna, paese “tradizionalmente democratico”

La Spagna, paese “tradizionalmente democratico”

Ottobre 06, 2017 - 06:40

Cosa ci insegna la vicenda del referendum Catalano. 

Ci sono pastiglie contro l’ipocrisia dei potenti?
In giugno un Alto Tribunale della Confederazione decideva di permettere l’estradizione dell’attivista basca Nekane, torturata dalla Spagna (anche l’ONU ha chiesto di ripensarci, v. Qui: http://www.ohchr.org/FR/NewsEvents/Pages/DisplayNews.aspx?NewsID=21525&LangID=f ). L’argomentazione cardine dei mitici giudici: la Spagna è uno Stato “a tradizione democratica”, quindi non fa del male ai propri cittadini.
Ma vi rendete conto?! Francisco Franco? Già dimenticato!
È per questo che faccio sempre molta attenzione a dire “popolo bue”, perchè basta leggere le cose ufficiali per capire che non sempre il nostro problema è il popolo.
 
La Spagna è come i bulletti a scuola: mena
Mi direte: ma la Spagna è beh una democrazia. Vero. Ma di sicuro non ha una tradizione democratica, non a caso nel 2012 Amnesty ha denunciato le violenze del primo ministro del partito popolare Rajoy. Ricordiamolo: eletto dopo un casino elettorale senza precedenti causato dalla crisi finanziaria, al difensore dei potentati Rajoy basta il pugno duro e via. Che aspettarsi da una monarchia, tra l’altro?
Il punto più basso di questa “tradizione democratica” spagnola è ora lì da vedere: la drammatica gestione della richiesta di indipendenza catalana.
Come sappiamo, il referendum per l’indipendenza in Catalogna, promosso dal governo della regione, non è previsto dalla Costituzione spagnola. E come sappiamo, la polizia spagnola di tutta risposta ha sparato sui catalani con proiettili di gomma, che (come ci spiegano alcuni siti di informazione locale), sono vietati dal 2014 dalle leggi catalane. Una mia amica era inorridita: “come può la polizia spagnola violare la legge in modo così crasso? Vedi che han ragione i catalani?!”.
 
Rifugiarsi nel Diritto o ragionare sui diritti?
Siamo di fronte ad una cosa che io chiamo “conflitto fra contraddizioni” causate dal diritto che si fonde nel mondo politico. Di fronte a questo conflitto penso che sia delicatissimo, se non pericoloso, rifarsi al diritto per riuscire ad avere una situazione più democratica e chiara.
Guardiamo le due contraddizioni.
La Costituzione spagnola già prevede che la Catalogna sia uno stato autonomo: lingua propria, determinate leggi proprie ecc. Questo significa che la Spagna in quanto Stato sovrano rinuncia a una parte della sua sovranità a favore della sovranità decentrale. Conosciamo un po’ questa cosa nel nostro sistema federale svizzero. Ora: se la Spagna non riconosce la volontà di far votare la Catalogna per l’indipendenza, siccome sarebbe contro la Costituzione, allora sparare proiettili di gomma violando l’autonomia legislativa catalana è secondo me un atto anticostituzionale. È come considerare la Catalogna non più parte dell’ordine costituzionale, ma la Spagna dice di voler il contrario. La contraddizione è evidente.
Il governo catalano contemporaneamente afferma che la chiamata alle urne è legittima. Significa che, sebbene questo non sia previsto dalla Costituzione spagnola, questo valore ha un rango autonomo, che fa sì che quella Costituzione non sia un riferimento necessario nella propria gestione dello Stato. La Catalogna si pone all’esterno del portato costituzionale spagnolo. Ora: pretendere che la Spagna rispetti le leggi catalane significa però pretendere di appartenenere allo stesso ordine costituzionale, che invece è rigettato. Chiedere che la Spagna, che (a quanto pare) non ha le leggi sui proiettili di gomma, si attenga a quelle regole è (dal punto di vista puramente tecnico!) un abuso di diritto.
 
Fidarsi del diritto?
Se si vuole ragionare sul rispetto delle persone, allora attualmente giuridificare sulla base della Costituzione spagnola e del rispetto delle leggi sembra impossibile.
L’approccio deve rimanere politico, appigliandosi eventualmente ai diritti, non al Diritto. Ovvero: ragionamo su cosa accomuna noi e i catalani in quello spirito di vivere appieno la cittadinanza, e non trinceriamoci dietro alla forma della volontà governativa centrale spagnola.
Perchè se stiamo sul piano solo del diritto, come ci ha mostrato la sentenza sull’estradizione di Nekane, la Spagna può tranquillamente torturare chi vuole e mettersi al di fuori del portato costituzionale. Tanto non solo verrà sempre favorita rispetto a chi ne denuncia i crimini, ma sarà pure tutelata dai tribunali degli altri Stati. Che tacceranno gli altri, gli oppositori, di essere contraddittori. Ma, come abbiamo visto, sono in due qua a contraddirsi, non solo uno.
 
Di fronte al conflitto: il dialogo?
La via nei confronti dello Stato spagnolo, che vale la pena ricordare non è uno Stato a “tradizione democratica”, non è quella giuridica. La via è quella dei contenuti, ovvero dell’ascolto delle ragioni dell’altro, ovvero del dialogo. Merce rara nell’Europa post-crisi.
La via del dialogo la conosciamo in Svizzera. Non sempre funziona al 100%, ma spesso ha permesso di uscire da situazioni veramente difficili. Certo, non avevam dietro la Storia di un dittatore, ma in 40 anni la Spagna (ancora monarchica) avrebbe potuto lavorarci. Contemporaneamente anche noi svizzeri possiamo ragionare se stiamo andando nella giusta direzione, e sappiamo che il governo borghese su questo non ci aiuta.
Il dialogo, questo sconosciuto! Come sappiamo, questo referendum catalano puzza di nazionalismo da lontano. Come possiamo essere sicuri di non essere di fronte ad una sorta di leghismo strisciante? Come sappiamo se i catalani non stanno decidendo di rompere il principio di solidarietà e fare i ricchi schizzinosi che se ne vanno? Lo possiamo essere solo ascoltando a fondo. Quando milionate di persone votano una cosa illegittima, allora c’è un problema.
È come i ticinesi che votano si a qualsiasi puttanata che la Lega o l’UDC o comunque i fascistelli nostrani gli mettono sul piatto referendario. Il problema non è che votano sì, il problema è che i cittadini percepiscono un problema. La politica deve saper ascoltare. Noi sappiamo che in Spagna gli indipendentisti non hanno la maggioranza. Ma sappiamo pure che ci sono poche cose che fanno incazzare studenti, massaie, le persone come me e te, come il bulletto che ti picchia negando che hai bisogno di esprimerti.
 
Lezioni spagnole?
Quando la polizia spara sulla folla che va in strada a votare, allora molto probabilmente qualcuno non sta ascoltando a sufficienza.
Di sicuro da alcuni giorni il governo spagnolo “a tradizione democratica” è riuscito a rendere più simpatici gli indipendentisti catalani anche a me che ho sospeso qualsiasi giudizio e che anzi sono molto critico su questo nazionalismo strisciante europeo.
Bisogna imparare ad ascoltare la gente comune. Tutti devono farlo, anche da noi: gli uomini liberali che sentono solo il suono delle monete sonanti (Pelli docet) come i docenti che straparlano sui social media. E chissà, forse potrebbero imparare ad ascoltare di più anche alcuni giudici che hanno nascosto la testa sotto la sabbia nel caso dell’attivista basca.  
 
 
Filippo Contarini