Io, socialista, contro la naturalizzazione dei migranti

Io, socialista, contro la naturalizzazione dei migranti

Ottobre 13, 2017 - 12:17

Naturalizzazione: cosa si nasconde dietro a questa parola? La riduzione a "natura" del migrante...

La naturalizzazione, questa sconosciuta
Parlando con Jyothi Sanghera (capo-sezione dei diritti umani e delle questioni economiche e sociali all’ufficio dell’alto commissario per i diritti umani dell’ONU) ragionavamo io e altri studenti sull’inumanità con cui vengono trattati i migranti alle nostre frontiere.
Master in storia a Nuova Delhi, master in studi femminili e sviluppo internazionale a Amsterdam, dottorato a Berkley, la Sanghera non è una qualunque. La profondità delle sue analisi è impressionante, la competenza con cui parla del sistema-Mondo è indubitabile.
È una donna che conosce la teoria e la pratica. E ci spiegava quale narrazione domina nella nostra società occidentale, quella che vorremmo “civile”. I migranti sono silenziosamente divisi in tre categorie: 1) i migranti “come noi”, che la società e il sistema legale pensa si possano assimilare (ad esempio: i manager); 2) i migranti umani, che però vengono criminalizzati, visti come ladri (ad esempio: i rumeni); 3) i migranti naturalizzati, né visti come assimilabili, né come criminalizzabili (ad esempio: gli eritrei). E permette così che siano eliminabili dal pensiero. Per farlo si applica su di essi una particolare lettura sociale: li si fanno diventare natura.
Da cui la parola usata nella teoria scientifica internazionale: la naturalizzazione.
 
Il superuomo al centro, gli altri naturalizzati a disposizione
La nostra società “civile” quindi naturalizza il migrante: e proprio come ci permettiamo di abbattere un albero in natura senza porsi problemi, così la nostra società fa spallucce quando 900 migranti muoiono in mare affondando con la loro barca. O si lascia andare a commenti razzisti quando un poliziotto gli spara addosso, senza dubitare nemmeno un minuto su cosa sia realmente successo. Si applica l’approccio antropocentrico: “tanto loro sono natura, e la natura può anche morire”.
Si nega la capacità a questi esseri umani – migranti – di essere agenti. Si nega loro anche la sola possibilità di parlare per dire chi sono (succedeva a Como, vi ricordate? Li si etichettava come “migranti economici” così non potevano nemmeno dire ah!), decretando preventivamente il loro status. La vulgata ticinesotta riusciva a trovare qualsiasi escamotage pur di mantenerli al loro stato “naturale”. Alberi.
Un’analisi pazzoide? Non direi. Ero a Ginevra un mesetto fa e una donna bengalese (il Bangladesh, hai in mente?) attiva in tutto il mondo ai più alti livelli diplomatici, mi ha detto che voleva andarsene rapidamente dalla Svizzera. “Perchè?”, le ho chiesto ingenuamente. “Perchè non ho mai subito un razzismo più violento sulle strade e nei luoghi pubblici come quello che si vive in Svizzera”. Mi sono vergognato di essere svizzero.
 
Siamo colonialisti. Ignari della nostra identità migratoria.
Le volevo chiedere scusa. Ma a nome di chi? A nome di un popolo che pur di pigliarsi i soldi dei negrieri dell’apartheid rifiutava di entrare nell’ONU? A nome del popolo più ricco della terra che esulta battendosi il petto leggendo che le statistiche di richieste d’asilo sono diminuite – e non perché nel mondo si scappa di meno!?
Pare assurdo che ci sia ancora razzismo, pensando che il capo della seconda più grande banca svizzera è un uomo con la pelle nera. Pare assurdo, pensando che la globalizzazione ha mischiato le etnie del mondo fisicamente e virtualmente (youtube lo si guarda nello stesso modo qua e altrove). Pare assurdo, pensando che ognuno di noi conosce persone con tratti fisici di altri continenti. Pare assurdo: come si fa a considerare i migranti meno umani del nostro vicino di casa?
D’altronde è pure un insulto alla nostra storia ticinese: eravamo pezzenti, emigravano per cercar fortuna. Eppure anche i nostri bisnonni erano esseri umani, che hanno potuto vivere e darci la vita. Noi siamo figli dell’emigrazione. Considerare il migrante un subumano, anzi alberi che puoi tagliare tanto non hanno vita, è negare noi stessi. È negare la nostra storia.
 
L’ipocrisia di chi vuole vivere il mondo rifiutando il mondo
Oggi se una vostra amica sta viaggiando in Giappone, nello stesso momento in cui mangia un sushi voi avete la foto sul vostro whatsapp di quell’ottimo sushi. E google e amazon determinano, con il diritto americano, le sorti del mercato locale, sia a livello di prezzi, sia a livello di pianificazione. E tu di tutto questo quante volte ti sei lamentato?
Di fronte alla realtà virtuale di oggi, l’idea di Nazione (nata nell’Ottocento) suona come un’allucinazione degna dei migliori funghetti. Eppure la nostra società “civile” va a ripescarla, perché ci sentiamo persi.
Eppure tutti sappiamo che il problema principale è aver rinunciato a controllare i potentati economici (e sempre ringraziamo la lungimirante politica liberale…). Ma al contrario passa, purtroppo, un bisogno compulsivo di costruire un senso di “noi” basato sull’annichilimento deli “altri”. Così per costruire questo “noi” invece di rafforzare i contatti umani, la nostra società “civile” crea una classe di esseri sub-umani, migranti naturalizzati, che permette a noi di sentirci superumani.
È assurdo: invece di cercare nei rapporti solidali che già vivevano i nostri bisnonni quando la Svizzera era il posto più sfigato d’Europa, i nostri concittadini “civili” non vogliono né aiutarsi, né aiutare.
 
Che fare?
Uscire dalla logica “superuomo” vs. “migrante naturalizzato” è complesso. Un importantissimo passo è organizzare manifestazioni pubbliche dove ci si può guardare negli occhi e capire che sì, c’è qualcuno che vuole creare strutture di solidarietà – non solo per i migranti, ma anche fra noi! Consiglio quindi caldamente di andare alla manifestazione interpartitica del prossimo sabato 14 ottobre 2017 a Bellinzona, alle 15.00
Una buona via è inoltre cercare di capire l’altro. Allora permettetemi di consigliare un giovane cantante italiano con origini tunisine, Ghali, che mi ha impressionato negli ultimi tempi. Influssi musicali evidenti da personalità come Stromae e Maître Gims, ti racconta il suo punto di vista nella quotidianità del razzismo della nostra società “civile”. Ti parla di islam e periferia, di droga e di violenza, di vita normale, del rapporto con sua madre. Non bisogna condividere quello che dice (ben sapete che io sono Libero Pensatore, quindi vade retro religioni!), ma è l’ascolto il primo passo per la convivenza.
Non è male nemmeno riguardarsi il film Heimatland (Festival di Locarno 2015) di un collettivo di 10 registi svizzeri, dove improvvisamente di fronte a una catastrofe gli unici a non essere degni di essere salvati erano gli svizzeri.
Ogni giorno vediamo le contraddizioni del nostro tempo. E purtroppo i nostri potentati economici han tutto l’interesse a far rimanere i migranti in quello stato “naturale”: sono braccia sfruttabili a basso costo! E così, per rimanere nella metafora, il messaggio della “barca è piena” non solo fomenta il terrore nei confronti di questi migranti disperati, ma pure riesce a creare le condizioni di usare questi migranti per farli diventare tronchi da cui ricavare i remi della barca.
 
 
Filippo Contarini