Disoccupazione ai frontalieri: chi dice no e chi dice sì. Ma quanto ci costerà realmente?

Disoccupazione ai frontalieri: chi dice no e chi dice sì. Ma quanto ci costerà realmente?

Luglio 06, 2018 - 10:00
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La Seco propone che anche i frontalieri possano beneficiare dell'indennità di disoccupazione. Ieri la Destra si è schierata con un atto parlamentare in Gran Consiglio contro questa eventualità. I sindacati invece vedono più favorevolmente la misura.

La Seco, Segreteria di Stato dell’Economia, come noto, ha avanzato la proposta che anche i lavoratori frontalieri impiegati in Svizzera possano beneficiare dell’assicurazione disoccupazione, in modo di adeguarsi alla revisione operata dall’Unione europea su questo tema, che prevede che sia il Paese in cui il lavoratore è impiegato a pagare la prestazione sociale per la disoccupazione.
La proposta ha come prevedibile scatenato una “levata di scudi” a destra. Se dal Mattino della Domenica si susseguano già da alcune settimane gli articoli critici su questa possibile misura, ieri è stata la granconsigliera Udc Lara Filippini per il gruppo de La Destra (democentristi e Area Liberale) ha presentare l’iniziativa cantonale “NO all’integrazione delle regole europee riguardanti le indennità di disoccupazione per i lavoratori frontalieri nel nostro ordinamento giuridico!”.
“Le modifiche, se adottate anche nel nostro Paese, costerebbero carissimo alla Svizzera”, si legge nel testo dell’atto parlamentare. “Attualmente, i lavoratori residenti dell'UE in possesso di un permesso G per frontalieri ricevono un’indennità da parte dell’assicurazione svizzera contro la disoccupazione solo in caso di disoccupazione parziale mentre se vi è la perdita totale del posto di lavoro, le indennità sono versate dal loro Paese di residenza”. “Con 320'000 frontalieri attivi sul suo territorio”, prosegue il testo, “la Svizzera è estremamente interessata a questa direttiva. Come detto gli importi in gioco sono enormi. Secondo Cornelia Luethi, vicedirettrice della Segreteria di Stato della migrazione ‘i costi potrebbero aumentare di centinaia di milioni di franchi’ e alcuni commentatori stimano la fattura molto vicina al miliardo di franchi”. L’iniziativa chiede dunque che “che il Consiglio di Stato si attivi presso la Confederazione affinché la stessa non adotti le regole europee riguardanti le indennità di disoccupazione per i lavoratori frontalieri”.
Ad accogliere positivamente la proposta avanzata dalla Seco è invece il sindacato Unia. Sostanzialmente per tre motivi. “In un contesto come il nostro, in una regione di frontiera dove vi sono tensioni importanti nel mercato del lavoro e nella quale i lavoratori con statuti diversi vengono messi in concorrenza, il fatto che i frontalieri possano beneficiare della disoccupazione rappresenta una misura che può contrastare il dumping salariale”, ci dichiara il segretario di Unia Enrico Borelli. “Il motivo è semplice:  l'attuale situazione è dovuta anche al fatto che il frontaliere, non potendo usufruire della disoccupazione, è molto più ricattabile ed è più facile per un datore di lavoro offrire dei salari indecorosi”. Dunque secondo Borelli “è una misura che contribuisce a contrastare il dumping salariale e avrà delle ricadute positive per l'insieme dei lavoratori, anche svizzeri e residenti”.
“C'è anche un aspetto più di principio”, prosegue Borelli. “I frontalieri infatti pagano i contributi per la disoccupazione e dunque contribuiscono a finanziare le nostre assicurazione sociali. È dunque corretto che chi paga un contributo possa usufruire di una prestazione”. Un’argomentazione questa che respinge la granconsigliera Filippini. “"I frontalieri hanno altri vantaggi a lavorare in Ticino”, ci dichiara. “Con l'aumento dei frontalieri in Ticino cresce la disoccupazione. Se bisogna anche versargli la disoccupazione il ticinese rimane con il ‘cerino in mano’”. 
Per Borelli invece “solo attraverso un approccio comune alle problematiche diminuisce la divisione fra i lavoratori. I diritti per i salariati e le salariate si sono conquistati quando il quadro di fondo era uniforme e quando l'insieme dei salariati si sono battuti uniti. Le divisioni sulla base degli statuti portano solo vantaggi per il padronato e mettono in concorrenza i lavoratori comprimendo le condizioni di lavoro di tutti”.
Nel concreto però non c’è il rischio che un lavoratore frontaliere possa beneficiare di un’indennità disoccupazione e al contempo lavorare in Italia, magari in nero (approfittando della difficoltà di operare controlli transfrontalieri)? “Gli abusi possono esserci in qualsiasi ambito. È lo Stato di diritto che deve dotarsi degli strumenti per fare in modo che vengano combattuti”, risponde il segretario di Unia. “Le indennità di disoccupazione sono soggette a una serie di controlli, esercitati anche dalla Seco. Non possiamo contrastare dei principi giusti per il potenziale rischio che siano commessi abusi”.
Anche il responsabile Cassa disoccupazione dell’Ocst Luca Camponovo ritiene questo un punto non particolarmente problematico. “Il lavoratore frontaliero, se dovesse entrare in vigore questa disposizione, sarà uniformato alle norme sull'assicurazione svizzere. Vi saranno dei controlli capillari, delle misure per l'inserimento nel mercato del lavoro che andranno a verificare se il lavoratore è a disposizione o sta svolgendo un lavoro in nero, come pure dei controlli incrociati. Attualmente per il personale residente vi sono dei controlli incrociati con i dati dell'Avs, che permettono di verificare se un lavoratore non dichiara all'assicurazione disoccupazione un'attività lavorativa. È ipotizzabile qualcosa di simile anche per i lavoratori frontalieri”.
E per quanto riguarda i costi dell’implementazione di questa misura? Per Camponovo non è detto che effettivamente si realizzi una spesa milionaria a carico della Svizzera.
“L'aspetto importante è che attualmente una parte dei contributi per la disoccupazione attualmente trattenuti sulla busta paga dei frontalieri viene riversata in Italia”, spiega Camponovo. “Con le disposizioni che potrebbero entrare in vigore non vi sarà più questo versamento e questi fondi rimarranno nelle casse federali. È ancora presto per dire se vi sarà un'aumento di spesa o meno”. 
“Quando riusciremo a conteggiare quanti lavoratori frontalieri accetteranno questa prestazione a carico della Svizzera potremo sapere se l'impatto sulle casse della Confederazione sarà negativo o meno”, spiega il sindacalista. “Avendo firmato gli accordi bilaterali però purtroppo dovremmo riformarci e accettare quello che a livello europeo viene disciplinato”.
I contorni della misura risultano però ancora da delineare. “Dipende da cosa succederà nei prossimi mesi a livello europeo”, ci dichiara Camponovo. “Ad esempio per il momento è già in vigore il diritto per i lavoratori frontalieri a beneficiare delle prestazioni in caso di guadagno intermedio. A fine maggio era emerso a livello svizzero che i frontalieri possono beneficiare di un diritto a indennità qualora perdano parzialmente l'occupazione. Proprio ieri mi sono incontrato con i capi della Sezione del Lavoro del Cantone e abbiamo appurato che per il momento vi sono solo cinque casi di frontalieri che hanno rivendicato questa prestazione. Si ipotizzava dunque un'aumento esorbitante dei costi per l'assicurazione e invece per il momento non c'è stato. È difficile dare oggi un indicazione di quanto potrebbe costare la misura proposta dalla Seco”.