COME VIVONO? QUALI LAVORI SVOLGONO? COME CONCORRONO AL BENE COMUNE? (Seconda parte)

COME VIVONO? QUALI LAVORI SVOLGONO? COME CONCORRONO AL BENE COMUNE? (Seconda parte)

Luglio 02, 2018 - 20:00

La seconda parte del commento a un articolo pubblicato su Dagospia.it.

Prosegue dalla prima parte
 
Tra rivoluzionari e solidaristi
Quale la terza via? Nell’ultra-sinistra ci si crogiola volentieri nel desiderio rivoluzionario, del far “saltar tutto” di fronte a problemi troppo grandi e ormai scappati di mano. Nella sinistra moderata si ragiona invece in ottica di accoglienza, di non partecipazione al bordello capitalistico. Si costruiscono quindi punti di integrazione per migranti, senza però lavorare a sufficienza sull’integrazione locale.
Il motivo per cui non si fa integrazione interna è evidente: la sinistra, rimasta col cerino in mano la generazione pre-caduta del muro, non ha contrapposto all’arrivo dell’individualizzazione virtuale la creazione di nuove case del popolo 2.0. Ha intravisto qualcosa, subito naufragata per carenza di analisi (vi ricordate il sito terramatta, nome alto, letterario e riflessivo, ma necessariamente poco costruttivo?). La popolazione diventa vecchia e ha le vecchie pensioni garantite. Genova 2001 di certo non ha aiutato.
Il futuro comunque fa paura anzitutto perché non c’è nessuno che abbia l’esperienza per spiegare cosa arriverà, manca qualcuno che “abbia già visto tutto”. Quel che abbiamo di fronte a noi è nuovo per tutti. Anche chi migra ha il telefonino e guarda i video di Beyoncé su youtube, diamine!

Ricominciare a fare rete
In questo bordello l’unica cosa che sa fare la Lega è guardare indietro, in ottica retropica. E il M5S non è molto dissimile: solo che lo condisce con un po’ di tecnologia e ambientalismo stile “ecopop”. Quello stesso ambientalismo che ha permesso alla votazione del 9 febbraio di vincere.
La reazione sconsolata è l’attività del MPS: lotta contro gli stipendi dell’élite e lotta per gli ospedali dei noss vecc. Ovvero: lotta per il controllo delle spese pubbliche, ristatalizzazione, alternativa retropica. Come Podemos, Syriza, e i nuovi schmittiani populisti: si tratta di tornare agli anni ’70 e fare quello che gli attuali vecchi allora non son riusciti a fare… ma vi pare?
Guardiamo bene le date: scopriamo che Marx scriveva il suo Manifesto nel 1848, proprio in quegli anni arrivavano il treno e l’illuminazione pubblica. Lo sconvolgimento tecnologico di oggi non è molto diverso. E quindi: che sia arrivato il tempo di trovare un nuovo Marx a sinistra?

Chi minaccia sul serio la nostra incolumità?
Di fronte a una situazione emergenziale probabilmente i messaggi retropisti sono quelli più vincenti. Vendere il passato, anche se non erano bei tempi, è una formula comoda in un futuro sconosciuto.
La domanda che bisogna porsi è però se non si debba cominciare una costruzione di qualcos’altro, di una nuova società. Per opporci a quello che le grandi industrie del virtuale hanno già cominciato a fare, senza dircelo. È infatti notizia di questi giorni che alcune banche hanno messo delle telecamere negli schermi pubblicitari per osservare i movimenti dei passanti e registrare dati biometrici, ad esempio memorizzare il nostro volto. Queste telecamere non sono segnalate e registrano pure i volti dei bambini, a me questo fa paura. Mi sembra incivile.
Eppure questi problemi della contemporaneità non interessano molto. Si pensi all’opposizione che ho vissuto quando scrivevo con Colombo il ricorso contro la legge sulla dissimulazione del volto.  Noi pensavamo proprio a quel caso di chi registra con le telecamere, e lo abbiamo scritto.

I limiti della politica che guarda solo in una direzione
Fate attenzione ai dettagli: la legge sulla dissimulazione del volto, invece di essere stata trattata come tale, è stata definita da tutti come legge sul burka (anzitutto dai giornalisti, grandi colpevoli del nostro sistema).
Tutta la campagna è stata poi fatta in chiave essenzialista, definendo i mussulmani incivili e contro le donne. Un po’ come i nigeriani criminali. Io di islam ne so poco o nulla, come di Nigeria. So però che nessuno (!) in parlamento si è fatto una domanda autocritica: e noi?
Dagospia e la dimensione leghista pensano che auto-conservazione sia sinonimo di “guerra al negro!”, “guerra al mussulmano!”. Che la sovranità sia ancora nella Nazione. Nel frattempo la tecnologia capitalista ci sta spogliando della sovranità su noi stessi, forte della nostra incapacità di mettere in discussione il nostro colonialismo sia nelle terre dei “negri” e dei “mussulmani”, sia in casa nostra.
Ma questo non bisogna dirlo: l’autocritica evidentemente ci farebbe male...

Filippo Contarini